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Gli occhi ammalati delle donne, rischio cecità più alto del 54%

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Gli occhi ammalati delle donne, rischio cecità più alto del 54%

Mer, 03/12/2025 - 17:03

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(Adnkronos) – Ammalianti, ma anche più ammalati. Sono gli occhi delle donne, specchio di emozioni potenti, eppure punto debole per l’universo femminile quando si parla di salute. Dalla maculopatia degenerativa, alla retinopatia diabetica, ai fori maculari, fino alla cataratta, eccetto che per il distacco di retina, le donne hanno un rischio più alto di sviluppare malattie oculari, e in particolare retiniche, e quadri clinici più severi, con un tasso di cecità maggiore del 54%. A confermarlo, per la prima volta, è uno studio osservazionale da poco pubblicato su ‘Ophthalmology Science’, la rivista dell’American Academy of Ophthalmology, basato sugli esami oculari di oltre 14,5 milioni di pazienti statunitensi visitati nel 2018, di età compresa tra i 50 e i 99 anni, i cui dati sono stati raccolti nel database Iris e confrontati con quelli demografici del censimento Usa 2018, registrando il sesso dei pazienti.  

“Confrontando i tassi di prevalenza della perdita visiva tra uomini e donne, lo studio ha evidenziato che, per qualsiasi livello di deficit, da lieve a moderato o grave, fino alla cecità, e per ogni patologia oculare associata, eccetto che per il distacco retinico, le donne presentano una maggiore probabilità di perdita della vista rispetto agli uomini – riferisce Stanislao Rizzo, presidente di Floretina Icoor, direttore del Dipartimento di Oculistica del Policlinico A. Gemelli Irccs e professore ordinario di oculistica all’università Cattolica di Roma – Anche dopo aver corretto i dati tenendo conto dell’età, nelle donne il rischio di forme lievi e moderate di perdita della vista risulta di circa il 30% maggiore degli uomini. Il divario diventa ancora più ampio per la perdita visiva grave, con una frequenza nelle donne più alta del 35%. Ma la differenza più marcata riguarda la cecità, che risulta del 54% più comune tra le donne”.  

Il sesso femminile influenza non soltanto la prognosi delle principali malattie retiniche, ma soprattutto la loro incidenza. “Lo studio – sottolinea Daniela Bacherini, professore associato alla Clinica oculistica dell’università di Firenze – ha infatti confrontato anche i tassi di prevalenza tra uomini e donne, delle patologie retiniche sottostanti alla perdita visiva. Le analisi hanno riscontrato che le donne, dopo la menopausa, hanno un rischio più alto del 32% di sviluppare degenerazione maculare e fori maculari, dell’8% di retinopatia diabetica, e del 10% di occlusioni vascolari retiniche”. Le donne sono invece meno colpite (-30%) dalla perdita visiva legata al distacco di retina, spesso correlata a traumi, osserva Francesco Faraldi, direttore della Divisione di Oculistica dell’azienda ospedaliera Ordine Mauriziano-Umberto I di Torino: “I meccanismi alla base di queste differenze – precisa – si spiegano solo parzialmente con il fatto che le donne vivono più a lungo e fanno più spesso visite oculistiche, con maggiore probabilità di ricevere una diagnosi di perdita della vista rispetto agli uomini, perché anche correggendo questi fattori le differenze permangono”.  

Le ragioni esatte di queste disparità, continua Faraldi, “non sono del tutto chiare, ma potrebbero essere associate a una combinazione tra variazioni ormonali, che le donne sperimentano nelle varie fasi della vita, a differenze anatomiche e nella risposta immunitaria”. Giocano un ruolo importante nella disuguaglianza di genere gli estrogeni che, protettivi contro lo stress ossidativo dell’occhio, abbassandosi in menopausa, espongono le donne a un rischio più elevato di degenerazione maculare e retinopatia diabetica. “Ormoni, gravidanza e contraccettivi influenzano anche le occlusioni venose retiniche, più frequenti nelle donne sotto ai 55 anni, mentre dopo i 55 diventano più comuni negli uomini”, commenta Rizzo. 

Ma contribuisce a influenzare le differenze di genere anche la diversa struttura anatomica della retina femminile e maschile. Un recente studio ha dimostrato che anche nei giovani adulti sani esistono differenze strutturali nella retina tra uomini e donne. Analizzando le scansioni del fondo oculare di 64 soggetti, con tecniche di machine learning, i ricercatori hanno scoperto che gli uomini hanno una retina interna più spessa, mentre le donne hanno valori più sottili. Invece, poche sono le differenze negli strati esterni. “Gli algoritmi di intelligenza artificiale – riporta Bacherini – sono stati in grado di riconoscere il sesso dei partecipanti basandosi solo sugli spessori retinici, a conferma che la differenza esiste anche in assenza di malattia”. Le discrepanze di genere potrebbero essere anche associate alla diversa composizione proteica della retina. Un recente studio, pubblicato dai ricercatori della Cleveland Clinic su ‘Biology of Sex Differences’, ha scoperto che esistono differenze basate sul sesso nella retina e nell’epitelio pigmentato retinico, lo strato esterno che nutre le cellule visive. “I ricercatori – spiega Faraldi – hanno riscontrato differenze tra i sessi nel proteoma oculare, individuando 21 proteine espresse in modo differente nella retina e 58 nell’epitelio pigmentato retinico tra uomini e donne, con conseguenze su attivazione, riparazione, morte e sopravvivenza cellulare”. 

“Una recente revisione pubblicata su ‘Clinical and Experimental Ophthalmology’ ha messo inoltre in evidenza – continua Faraldi – che le donne più giovani con retinopatia diabetica presentano un rischio maggiore di sviluppare precocemente complicanze microvascolari”. Le donne presentano una maggiore incidenza anche di malattie autoimmuni. “Ad esempio, le uveiti causate da sarcoidosi, sclerosi multipla, lupus eritematoso colpiscono nettamente di più le donne – segnala lo specialista – perché hanno una risposta immunitaria più reattiva che aumenta il rischio di malattie autoimmuni oculari. Mentre le uveiti infettive e le forme associate sono più comuni negli uomini”. E nonostante le differenze di genere in termini di gravità e frequenza delle patologie retiniche siano rilevanti, conclude Rizzo, “gli studi sono ancora agli inizi e manca nella pratica clinica una sensibilità di genere come già avviene in cardiologia, con conseguenze importanti perché ignorare la specificità delle donne potrebbe portare a terapie non adeguate con una minore aderenza terapeutica e maggiori effetti collaterali. Queste evidenze rafforzano dunque l’importanza di sviluppare protocolli clinici e diagnostici che tengano conto delle differenze di genere, contribuendo a una cura più equa, efficace e personalizzata”. 


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