La morte dello studente accoltellato in una scuola a La Spezia ha scosso anche la comunità perugina, segnata appena tre mesi fa dall’uccisione di un altro giovane, di 23 anni, pur in un contesto esterno a quello scolastico e universitario. Anche in quel caso, colpito a morte da una coltellata dopo una lite. Quei coltelli che troppo spesso, ormai, vengono estratti da giovanissimi anche nelle liti che avvengono nei pressi dei locali del capoluogo umbro.
Ma anche nel comprensorio, con l’ultimo fatto di cronaca che ha visti protagonisti ad Assisi due sedicenni.
Da qui la riflessione che sul tema – tra l’altro di attualità anche per la norma specifica contenuta nel nuovo Dl Sicurezza contro baby gang e uso dei coltelli – della sindaca di Perugia, Vittoria Ferdinandi. Che in un articolare post scrive: “La violenza tra i giovani non è un fenomeno isolato né solo un problema di ordine pubblico: spesso esprime un disagio emotivo e psichico che non trova parole né ascolto. Quando un ragazzo compie un gesto così violento, parla del suo dolore attraverso la ferita inflitta agli altri.
Da psicologa, concordo con gli studiosi che episodi di questo tipo non nascono nel vuoto: sono il frutto di una crisi nei modi in cui la società, la scuola e le famiglie accompagnano la crescita, dove emozioni come rabbia, paura e tristezza faticano a essere comprese e i modelli di riferimento offrono troppe volte alternative solo alla sopraffazione”.
E ancora: “Oggi la violenza è legata non solo a ideali collettivi, ma anche al bisogno disperato di essere visti e riconosciuti. Il mondo digitale, dove la morte non ha conseguenze reali, può amplificare questa fragilità, assottigliando il confine tra reale e virtuale”.
“Per questo, comprensione e ascolto sono indispensabili, ma – avverte – da soli non bastano. Prevenzione educativa e lavoro psicologico devono andare di pari passo con regole chiare, controlli efficaci e una risposta repressiva credibile: ridurre la facile disponibilità di armi e affermare che certi comportamenti hanno conseguenze non è ‘cattivismo’, ma tutela dei giovani e della comunità. La soluzione si costruisce tenendo insieme fermezza e responsabilità, ascolto e limiti, cura e legge. Scuola, famiglie e istituzioni devono ritrovare il coraggio di parlare, di spiegare, di stare accanto, ma anche di dire dei no chiari.
La violenza non è mai normale. La violenza non è un linguaggio accettabile. Il nostro impegno è fare in modo che parola, ascolto e relazione tornino centrali, insieme alla responsabilità, alle regole e alla sicurezza, come unica risposta possibile alla fragilità dei nostri giovani”.