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DON EDOARDO E 7 GIOVANI SPOLETINI IN KOSOVO PER AIUTARE I BAMBINI OSPITI DI UNA STRUTTURA CARITAS (foto)

L'aiuto e le missioni umanitarie sono esperienze che non si dimenticano. Arrivare in un paese che in un passato recente, e non solo, ha vissuto dure lotte intestine, guerre civili e quant'altro è di per sé un'esperienza dal forte impatto emotivo. Decidere poi di assistere i più piccoli che in quelle stesse guerre hanno perso genitori, fratelli o intere famiglie significa toccare con mano le più dure conseguenze di terribili eventi che segnano la storia di un popolo.

Ed è esattamente questo lo scopo della missione organizzata da Don Edoardo, parroco della Chiesa di San Sabino, che insieme a 7 giovani spoletini – Diletta Giannoni, Simone Telari, Giuliano Carlini, Filippo Broccolo, Sara Proietti, Giuseppe Cavadenti e Mirko Trabalza – si è recato a Klina, in Kosovo, per prestare sostegno ad una struttura della Caritas Umbra che ospita una trentina di bambini e ragazzi. L'ospite più piccolo ha 9 mesi i più grandi sono prossimi alla maggiore età. Nella maggior parte dei casi questi bambini vivono negli spazi della Caritas perché hanno perso entrambe i genitori, altri perché le famiglie non hanno la capacità economica di prendersi cura di loro, altri ancora perché in alternativa vivrebbero un contesto domiciliare assolutamente dannoso e inappropriato. Inoltre, la gran parte dei giovani ospiti della struttura ha alle spalle un'infanzia fatta di violenza e malnutrizione i cui effetti e segni sono largamente visibili.

Organizzare nel migliore dei modo la giornata di questi bambini non è cosa facile. Numerosi sono i gruppi di volontari italiani che ogni settimana arrivano a Klina per impegnarsi nelle varie attività che caratterizzano la struttura. Le ragazze volontarie vengono impegnate in una serie di attività a carattere prevalentemente sociale come seguire i piccoli ospiti intrattenendoli nelle varie attività giornaliere fino al recarsi nelle abitazioni di alcune famiglie disagiate cercando di comprendere quali esigenze siano rilevanti in quel momento e per quella specifica famiglia.

I ragazzi volontari, invece, si sono adattati a ricoprire il ruolo di manovali. Tutti i giorni i giovani spoletini, insieme ad altri ragazzi, si recavano in un piccolo cantiere in cui si stava costruendo una casa e alcuni bagni. Al termine della giornata poi si univano alle ragazze e ai bambini per la cena che si teneva nel contesto più familiare possibile, per tentare di creare un ambiente accogliente e protettivo che potesse trasmettere una qualche forma di affetto ai bambini.

Anche se una settimana appare un periodo di tempo troppo breve per comprendere le profonde difficoltà, tanto fisiche quanto psichiche di bambini così segnati dalla vita, l'andirivieni dei giovani volontari è per questi bambini un segnale di presenza di una parte di mondo che non dimentica.

(C.F.)