Quali furono i pensieri dei personaggi dei Vangeli 2000 anni fa e cosa potrebbero insegnarci oggi a noi impegnati nelle nostre miserie quotidiane? E’ così nasce “Le radici di mezzo mondo” un dialogo con Giuda, Pietro, Maria, Maria Maddalena e Pilato. Uno spettacolo corale e tra l’autore-attore Michele Santeramo, accompagnato dalla musica di Sergio Altamura e di volta in volta i personaggi che il Vangelo ha consegnato alla storia.
Mercoledì 8 luglio è toccato a Giuda ma non a quello che siamo abituati a leggere nel vangelo. Giuda uomo anzi bambino, un personaggio tormentato, umano, sacro che ci parla e si confessa senza filtri. Ha incontrato Gesù, lo ha seguito, amato, tradito, abbandonato, conosciuto nell’intimo e lui a ciascuno ha detto loro un segreto diverso. Intensa è la prova attoriale di Peppino Mazzotta che lo interpreta e che ricorda, spinto dalla curiosità dell’autore Michele Santeramo, i momenti che hanno preceduto la passione, quello che è venuto prima, durante e dopo il tradimento, i sensi di colpa, la solitudine, i sentimenti che ha attraversato, l’incontro con Satana che gli dice di aver fatto bene, il forte amore per Gesù Cristo e per la vita. E confessa il suo “vero” grande errore. Intenso è il racconto di quando Giuda sta per baciare Gesù per identificarlo e consegnarlo alle guardie del Sinedrio per arrestarlo.
Un passo indietro. L’autore ha tradito le aspettative del padre, lo ha salutato velocemente sapendo che di lì a poco sarebbe morto, non ha avuto il coraggio di dirgli “come stai” di avvicinarsi a lui, a un uomo morente. E sente il peso di quel tradimento, si perde nell’altopiano delle Murge per riflettere e camminando si imbatte in un albero secco e in un bambino che gli dice di essere Giuda. L’autore non gli crede ma andando avanti nella conversazione si ricrede perché svela particolari insoliti. E’ il Giuda che si è fatto bambino perchè è il solo modo per vivere alla colpa e perché solo da bambini si riesce a vedere tutto con chiarezza. “Non sono stato all’altezza, come hai fatto te?” è la domanda che fa l’autore a Giuda.
La scena è scarna, Giuda (Peppino Mazzotta), l’autore (Michele Santeramo) e il musicista Sergio Altamura ma tutta focalizzata sulle parole e sull’analisi degli stati d’animo di ciascuno di noi. “Le radici di mezzo mondo” è proprio questo, nonostante i secoli, le passioni, i sentimenti, le paure e gli errori sono sempre gli stessi della natura umana e chi meglio dei protagonisti del Vangelo può dircelo. Nelle nostre piccole miserie, paure, fobie, pensieri siamo gli stessi di 2000 anni fa. Il personaggio di Giuda è affascinante, senza filtri, mette a nudo le fragilità e le debolezze che ha avuto, sembra un fantasma ma è più vivo che mai e condivide la propria esperienza in un confronto intimo, diretto, come una confessione in cui gli spettatori si immedesimano e si rispecchiano perché alla fine sta parlando anche di noi e della nostra vita, delle nostre scelte e di una sentimento che chiunque almeno una volta nella vita ha provato. E’ una consolazione ma anche uno stimolo e una profonda riflessione che non ammette strade alternative. Nonostante i personaggi siano presi dal Vangelo lo spettacolo si allontana dai precetti religiosi e si tuffa nell’uomo, nella sua psicanalisi, nei suoi travagli interiori, nelle sue paure. Giuda è un uomo (bambino) e non un archetipo.
Il personaggio di Giuda, per i cristiani e non, lo si vuole evitare sempre perché rappresenta il tradimento, tutto quello che di negativo c’è nell’essere umano: il male, la colpa, in realtà è un personaggio profondamente umano. “La gente pensa che fossi cattivo, deluso, no ero ingenuo e stanco” dice Giuda “Io l’ho amato davvero, lui ha chiesto delle cose per le quali io non ero pronto”. Nel suo dialogo Giuda definisce il tradimento un boccone che il Messia ha affidato a lui, una scelta che gli ha chiesto di fare: “Mi guardava senza rimprovero, e la mia era ubbidienza altro che tradimento. Io ho accettato il compito più difficile”, un’ubbidienza che insieme alla rabbia per l’essere rimasto solo, fuori dal gruppo degli apostoli ha maturato il tradimento finale. “Davanti al cenacolo fui lasciato da solo, dentro al buio. Non ero pronto a quella solitudine. E’ terribile”.
Il culmine dell’intensità emotiva viene raggiunto nella descrizione del bacio a Gesù. “Eravamo vicini e pensai di scappare. Lo guardavo e pensavo: questo non me lo bacio, gli voglio troppo bene”. E’ Gesù che secondo lui si accorse del suo tormento interiore e prese l’iniziativa avvicinando la sua guancia alle labbra di Giuda. E gli sussurrò delle frasi. Quello che venne dopo il tradimento fu ancora peggio, Giuda è preso da un terribile senso di colpa, dalla solitudine e senza il conforto di nessuno. “Non mi uscivano fuori nemmeno le lacrime”. E in questo deserto incontra in un campo all’apparenza un uomo, in realtà Satana, che gli dice di aver fatto bene a tradire Gesù, che alla fine come faceva a parlare con il Padre e che sapeva tutto ma lui non lo giudicava male. Ed è lui, l’Angelo più bello, che gli propone una possibilità, l’unico modo per salvarsi è ritrovare l’innocenza dei bambini, gli unici “le cui vite non ho ancora toccato”.
“Perché tradiamo e poi stiamo male? Perché lo consideriamo un male, perché secondo noi rinnega l’amore. Ma tradire è conseguenza dell’amore, è trovare una via nuova, la fede, la forza e il coraggio”, dice Giuda nella sua forma di bambino. “Secondo te è stato facile baciare Gesù?” dice ancora. “Non ho sbagliato a baciare Gesù, ho sbagliato a soffrirne e ad ammazzarmi. Ero diventato poca cosa, non ero più tutto, ecco perché mi sono ammazzato. Non ho saputo sopportare il senso di colpa, questo il vero errore”. I momenti prima del suicidio li descrive come attimi e voci assoluti, nuovi, che ti avvicinano all’eternità. E’ una descrizione viva ma annebbiata e veloce “ho preso una corda”. “Ci ho messo centinaia di anni a capire” e ora ce lo svela, lo regala all’autore e al pubblico: tradire è riprendersi una nuova vita, è una rinascita, è cercare una nuova prospettiva fuori dalle abitudini. “La colpa è meglio della fine. Dopotutto le giornate sono leggere, la colpa è il peso che devi toglierti dalle spalle” e si può sconfiggere solo con l’entusiasmo e il sorriso, con un ritorno alle origini e con l’innocenza. Ecco perché le sembianza del bambino. “Non preoccuparti devi dirtelo da solo” ci dice. E nel finale la curiosità dell’autore ormai consapevole di avere davanti Giuda ci svela la chiave e il senso di tutto. “Gesù quando lo hai tradito cosa ti ha detto?” domanda e Giuda: “Gesù era più bambino di tutti noi…mi ha detto (lo scrive su un foglio e lo fa vedere a tutti). Ti voglio bene”.