Danni dai cinghiali, “coadiutori e caccia tutto l’anno”

Danni dai cinghiali, “coadiutori e caccia tutto l’anno”

La Cia propone i modelli Emilia e Toscana | Nel 2017 liquidati solo 500 euro a pratica | Gallinella: no battaglia tra agricoltori e cacciatori, serve un tavolo

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Cinghiali ancora materia di scontro in Umbria. Ma questa volta, non tra cacciatori e ambientalisti. A protestare sono gli agricoltori, per i ritardi e l’esiguità dei rimborsi per i danni provocati dalla fauna selvatica alle coltivazioni.

In particolare, Cia Umbria punta nuovamente i riflettori sui danni all’agricoltura causati dalla fauna selvatica, soprattutto dai cinghiali. Mostrando i numeri che arrivano dalla Regione e dagli Ambiti Territoriali di Caccia (Atc). In totale, nel 2017 sono arrivate agli Atc 1, 2 e 3 dell’Umbria 1.321 richieste di indennizzo dagli agricoltori, così distribuite: 525 Atc1, 415 Atc e 381 Atc3 (dati forniti dalla Regione Umbria). Di queste, l’Atc 1 sostiene di averle ammesse tutte, mentre per quanto riguarda l’Atc 2 e l’Atc 3, sono state giudicate idonee al risarcimento e quindi liquidabili in base alla vigente normativa regionale L.R. 17/2009 e R.R. 5/2010, rispettivamente 277 (su 415) e 166 domande (su 381). In totale, a conti fatti, sono risultate idonee al risarcimento 968 richieste su 1.321, vale a dire solamente il 73%.

La spesa totale sostenuta in parte dalla Regione e, oltre un certo tetto, dagli stessi Atc secondo le norme regionali, è stata nel 2017 pari a euro 671.279,24 , così ripartita: euro 330.046,08 per le domande arrivate all’Atc1, euro 161.613,18 per l’Atc2 e euro 179.619,98 per l’Atc3.

Basta fare un semplice calcolo – scrive la Cia – per rendersi conto di quanto ogni agricoltore che ha visto andare in fumo il duro lavoro di un anno in pochi minuti percepisce come risarcimento: in media vengono versati appena euro 508 a domanda. Una situazione ridicola e inaccettabile, che sta portando i nostri agricoltori all’esasperazione e, in alcuni casi, perfino alla rinuncia della propria attività (i dati del 2018 sulle richieste di indennizzo sono  in calo), con l’amara considerazione che in molti casi conviene più fermarsi che investire e ritrovarsi dopo tanto lavoro con poche briciole“.

“Come se questo non bastasse – lamenta ancora la Cia – l’iter burocratico per liquidare le pratiche è così farraginoso che si arriva a perdere perfino due anni di lavoro prima di ottenere il dovuto e ricominciare. Come confermato dall’Atc1, infatti, gli indennizzi del 2017 sono stati totalmente liquidati solamente a settembre 2018. Facendo un esempio concreto: ad ottobre 2016 un agricoltore prepara il suo terreno per le colture, sostenendo i costi per l’acquisto della semente, della manodopera e dell’attrezzatura necessaria. In primavera-estate 2017 i cinghiali invadono il terreno e spazzano via il raccolto; l’agricoltore inoltra subito la richiesta di indennizzo (pagando € 90 solo per inviare la domanda) . Successivamente la pratica viene accolta, dopo il sopralluogo dell’agronomo, e viene mesa in stand-by per la liquidazione che arriverà solamente entro settembre 2018 (come nel caso dell’Atc1 per le domande del 2017). Ecco che sono passati ben 2 anni per l’agricoltore. Due stagioni di mancato guadagno che un risarcimento medio di appena 500 euro non può ammortizzare“.

Le proposte della Cia: coadiutori abilitati e caccia tutto l’anno

Nel 2018 i prelievi di contenimento per l’Atc1 sono stati 1.250. Troppo pochi rispetto al numero di ungulati in continuo aumento. Come già ribadito più volte, il presidente Bartolini esprime con forza la necessità di un nuovo approccio nella gestione del contenimento, con un piano di contenimento pluriennale, che superi l’attuale situazione che vede le stesse squadre di cacciatori impegnate durante la normale stagione venatoria e durante gli interventi di contenimento. “Appare evidente – afferma Bartolini – il conflitto di interessi della categoria. Non può più essere la stessa squadra di cacciatori della zona a gestire il contenimento. Dovremmo seguire le orme dell’Emilia Romagna che ha deciso di assumere nuove figure di ‘coadiutori abilitati’, vale a dire cacciatori, per far fronte all’emergenza danni causati dagli ungulati. Mentre in Toscana, dopo il parere favorevole dell’Ispra, si è deciso di aprire la caccia al cinghiale tutto l’anno in quelle aree non vocate in cui viene posto l’obiettivo di raggiungere e mantenere le popolazioni di cinghiale ad una densità tendente a zero, considerando l’elevata diffusione di coltivazioni agricole sensibili presenti”.

Gallinella: no battaglie tra cacciatori e agricoltori, ma un tavolo comune

E il presidente della Commissione agricoltura alla Camera, Filippo Gallinella, si pone come mediatore e si appella alla Regione Umbria: “È inaccettabile che delle migliaia di richieste di risarcimento alla Regione Umbria per danni alle coltivazioni da fauna selvatica, ne siano state ammesse meno di mille, a cui spettano indennizzi di appena 508 euro a testa. Ribadisco quello che sto dicendo da mesi: è assolutamente urgente e necessario un piano per gestire una situazione ormai fuori controllo, perché tutto ciò sta portando i nostri agricoltori all’esasperazione e, in alcuni casi, perfino alla rinuncia della propria attività, dato che in molti casi conviene fermarsi piuttosto che investire e ritrovarsi con nulla in mano dopo tanto lavoro”.

Gallinella già in più occasioni ha sollecitato la Regione Umbria affinché intraprenda azioni efficaci per gestite l’annosa problematica. “Ricordo – prosegue l’esponente dei 5 stelle – che la gestione della fauna selvatica è, per legge, di competenza delle Regioni e, nel caso dell’Umbria, ho chiesto più volte l’assessore all’Agricoltura Fernanda Cecchini un piano di azione coordinato con tutti gli attori coinvolti per arginare questo fenomeno. Per questo mi appello di nuovo alla Regione affinché provveda quanto prima a fissare un incontro con le parti interessate, al fine di creare un tavolo che coinvolga, oltre all’Ente chiamato in causa, tutte le associazioni agricole, quelle venatorie e quelle ambientaliste per accordarsi su risoluzioni efficaci da intraprendere. Non è possibile rimandare ulteriormente una questione così annosa che, tra le altre cose, rischia di mettere in pericolo le attività degli stessi imprenditori agricoli”.

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