Festival dei 2Mondi

Dancing with Bob, quando la danza e la musica sperimentale vanno oltre il tempo

Se c’è uno spettacolo di questa 69ma edizione del Festival dei Due Mondi in cui la capacità di sperimentare, dalle coreografie alle musiche, può andare oltre ogni limite temporale, da far apparire innovative opere di oltre quaranta anni, questo è Dancing with Bob, in scena al Teatro Menotti che ha registrato il tutto esaurito con il pubblico letteralmente calamitato dal mix di “elementi” che celebrano il centenario della nascita di Robert (Bob) Rauschennberg.

Poliedrico pittore americano, costumista, disegnatore di set, vincitore della Biennale di Venezia 1964, raccontata nel film di Wallach Taking Venice che narra delle influenze governative americane per un riconoscimento che segnerà la “fine” di Pari come centro dell’arte per quella di New York.

Il sipario si apre con “Set and Reset” per la coreografia di Trisha Brown e la musica di Laurie Anderson. La scenografia di Bob catalizza gli occhi del pubblico sulla struttura composta da un parallelepipedo e due piramidi ai lati in cui scorrono immagini che hanno segnato gli anni ’60 come il viaggio della Apollo 11 (Ravuschenberg venne invitato dalla Nasa a seguire le operazioni dalla rampa di lancio fino all’allunaggio), l’automazione che entra sempre più nelle vite della classe operaia, le vacanze delle famiglie americane al mare o nelle piscine pubbliche. Una sequenza impressionante di immagini che esaltano la translucenza non solo dell’insolito schermo (Elastic carrier) ma anche i costumi di Bob che indossano i ballerini  la cui coreografia li vede calcare il palco ad ondate, con piroette che, nella loro energia fisica e interpretativa, restano morbide, elastiche.

Il tutto accompagnato dalle note tra art rock e musica avant-garde di Long time no see scritta nel 1983 da Laurie Anderson, in cui la musica elettronica si accompagna a suoni di vetri distrutti, ronzii, rumori cittadini, echi digitali. Dancing with Bob.

Un insolito diario di viaggio (travelogue) che anticipa quello vero, la seconda parte dello spettacolo, il Travelogue, appunto, di Merce Cunningham, rappresentato l’ultima volta nel 1979, in cui i costumi di Bob, di straordinario impatto nella loro semplicità e tinte unite color pastello, si arricchiscono di trasparenti drappi in seta colorata che i danzatori muovono quasi ad indicare vele trasportate da un leggero zefiro. Davanti al fondale rosso vivo, quasi a rendere più intima la coreografia, il viaggio, davanti al quale compaiono una serie di ruote di bici alternate sedie.

Di forte impatto la scena, interpretata da Claude CJ Johnson, che danza con una miriade di lattine “incollate” alla calzamaglia di color arancione il cui rumore metallico accompagna la sua danza.

Ancora innovativa, pur tra pareri discordi del pubblico, risulta la partitura di John Cage, “Tehephones and birds” in cui tre “tecnici” seduti sulla buca del Teatro, fanno scorrere senza un attimo di interruzione grazie ai cellulari con messaggi registrati di versi di uccelli, call center di grandi compagnie che indicano orari di apertura (per renderla più vicina al Festival anche un messaggio telefonico di una locale farmacia), di telemarketing aggressivo.

Quel Cage che, come ci ricordava il nostro Carlo Vantaggioli, il grande pubblico italiano conobbe già nel 1959 a Lascia o raddoppia? quale provetto conoscitore di funghi (vinse 5 milioni di lire, al cambio di oggi circa 80mila euro) e che si esìbì, per lo stupore dello stesso Mike Bongiorno, in “Water Walk” utilizzando una vasca da bagno, alcune radio e un pianoforte, una pentola a vapore e un innaffiatoio in metallo.

Una Prima europea questa Dancing with Bob che resterà negli annali del Festival e che merita di essere vissuta, quanto meno per chi è curioso del genio artistico (replica oggi alle 15)

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(Photo in home page by Ben McKeown, da internet)