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Cuba, la dissidente Kenia Rodriguez: “Sull’isola collasso totale. Trump? Una speranza”

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Cuba, la dissidente Kenia Rodriguez: “Sull’isola collasso totale. Trump? Una speranza”

Mar, 17/03/2026 - 17:02

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(Adnkronos) – Cuba attraversa una delle fasi più critiche della sua storia recente, tra crisi energetica, collasso economico e crescente tensione sociale. Secondo la dissidente cubana residente in Italia Kenia Rodríguez, attivista del Movimento Las Guerreras e dell’Associazione 17 dicembre, il Paese è ormai oltre il punto di rottura, mentre all’interno cresce un’opposizione sempre meno disposta al silenzio. “A Cuba sta crescendo il movimento dell’opposizione interna, che già esisteva. Adesso è cresciuto ancora di più, perché le persone hanno perso la paura verso il regime cubano”, dice in un’intervista all’Adnkronos. Una trasformazione profonda, che secondo Rodríguez segna un cambio di fase. Ma è soprattutto sul piano sistemico che la diagnosi diventa drastica. “Cuba è al collasso, ma non soltanto energetico: è un collasso totale del sistema. Non c’è possibilità di retromarcia, siamo a un punto di non ritorno. La dittatura comunista cubana è un sistema completamente fallito”, sostiene. 

Una crisi che, a suo avviso, non nasce oggi. “Il sistema economico cubano non è mai stato stabile in questi 67 anni. Si è sempre salvato grazie agli aiuti umanitari e alle donazioni del resto del mondo. Ma il 90% di queste risorse andava alla dittatura e solo il 10% alla popolazione”. Da qui, una condizione cronica di scarsità: “Non abbiamo mai avuto niente, solo briciole per andare avanti, mentre la paura ha sempre prevalso sul senso di civiltà e dignità”. Oggi, però, il quadro è precipitato. “L’economia è in fase di implosione: non c’è più niente, non c’è petrolio, non c’è nulla”. Rodríguez attribuisce precise responsabilità al potere: “È stata la stessa dittatura a distruggerla”. E cita il declino dei settori storici: “Le fabbriche della canna da zucchero sono state lasciate deteriorare fino a non funzionare più. Anche il settore del tabacco è crollato: mancava il personale, perché la gente, schiacciata dalla fame e dalla povertà, scappava dal Paese o smetteva di lavorare, anche perché i profitti venivano presi dalla dittatura”. 

In questo scenario, il ruolo degli Usa viene letto in chiave positiva dall’opposizione. “Le trattative sono un’opportunità. Gli Stati Uniti sono stati gli unici ad ascoltare il nostro grido di aiuto, mentre altri hanno voltato lo sguardo”, spiega Rodríguez. Una posizione che si lega anche alla diaspora: “La maggior parte della comunità cubana in esilio si trova negli Stati Uniti e tutti vogliamo la stessa cosa: una Cuba libera”. Quanto al tema della sovranità, ribatte: “Non crediamo ci siano rischi, anche perché non siamo mai stati realmente sovrani. Per gran parte di questi 67 anni siamo stati sotto l’influenza della Russia”. Le dichiarazioni di Donald Trump vengono interpretate non come una minaccia, ma come uno strumento di pressione. “Sono una pressione negoziale, una grande pressione negoziale”, afferma, sottolineando anche il ruolo di Marco Rubio, “di origini cubane”, che “conosce bene cosa ha fatto la dittatura”. Rodríguez richiama il dramma dell’esilio: “È cresciuto ascoltando il dolore di madri e figli separati, di persone morte nel mare cercando di fuggire, nella giungla del Nicaragua o nel Rio Bravo”. 

L’obiettivo, però, resta evitare uno scenario bellico: “Non vogliamo una guerra: vogliamo solo che ci lascino in pace e che se ne vadano i Castro, Díaz-Canel e tutti coloro che sostengono il Partito Comunista”. La “pressione negoziale”, insiste, dovrebbe portare a una transizione: “Devono lasciare il Paese pacificamente e restituire Cuba ai cubani, anche con l’aiuto degli Stati Uniti”. Una richiesta che, denuncia, è rimasta inascoltata altrove: “Abbiamo chiesto aiuto all’Onu, al Parlamento Europeo, all’Oea, ma nessuno ci ha ascoltato. L’unico è stato Trump”. Per questo, tra i dissidenti, quella linea politica viene percepita “come una luce alla fine del tunnel, una speranza”. 

In chiusura, Rodríguez affida il suo messaggio alle parole della madre: “Io sono nata lì, non sono io che me ne devo andare. Sono loro, i dittatori, che se ne devono andare”. Un’affermazione che riassume una rivendicazione più ampia: “Il mondo deve sapere la verità: Cuba è governata da dittatori”. E respinge una delle narrazioni più diffuse sul sistema cubano: “Non è vero che ci hanno dato un’educazione gratuita”. Racconta invece un’altra realtà: “Dagli 11 ai 18-19 anni dovevamo lavorare nei campi per ore ogni giorno, per l’esportazione agricola. Lo chiamavano volontariato, ma non lo era”. Un Paese, conclude implicitamente la sua testimonianza, dove la crisi materiale si intreccia con una battaglia politica e civile ancora aperta. (di Antonio Atte) 

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