Spoleto è stata una delle “tappe” più importanti della sua vita, specialmente sotto il profilo della cultura e della formazione. E qui ritorna spesso per non dimenticare quel legame che porta nel cuore e che riesce a manifestare anche nel lavoro. Giacomo Fabbrocino (al centro della foto in home page con Morra e Caprara), 36 anni, videoartista e critico cinematografico, è uno dei fondatori della Scuola di cinema Pigrecoemme di Napoli dove è cresciuto artisticamente. Nato a Torino, Fabbrocino ha frequentato il liceo scientifico “A. Volta” di Spoleto ed è in questi anni che scopre la passione della sua vita, quella per la macchina da presa e il cinema. Ed è passeggiando lungo le vie della città del festival che lo abbiamo incontrato per parlare degli ultimi lavori (fra gli altri la Video-inchiesta sul ‘potere’ con un intervento del filosofo Aldo Masullo e un promo per la soprano Letizia Calandra).
Dunque, Spoleto è rimasta nel cuore
Giacomo Fabbrocino: Sono sentimentalmente legato a Spoleto. Gli anni del liceo scientifico restano indimenticabili, conservo ancora varie amicizie qui; tra tutte, quella con Marco Rambaldi (redattore dell’ufficio stampa del Comune di Spoleto, n.d.r.) che considero un fratello.
Per quali motivi quello visusuto qui è stato uno dei periodi più importanti della tua vita?
G.F.: Prima di arrivare a Spoleto, vivevo in una realtà che aveva ben pochi spunti culturali da offrirmi. Qui, invece, sono entrato in contatto con una gioventù colta, creativa, dotata di uno spiccato senso critico. Ho sentito subito un senso di appartenenza naturale a un ambiente come quello che avevo trovato.
Potremmo dire che Spoleto e la sua gioventù abbiano giocato un ruolo importante nella tua crescita
G.F.: Assolutamente. Penso in primo luogo alla passione per la cinematografia. E’ a Spoleto che mi sono innamorato del cinema; ricordo che ci andavo praticamente ogni giorno e che passavo ore ed ore a far la critica dei film insieme agli amici. Il cinema era diventata la nostra seconda casa e spesso ci spostavamo fino a Foligno o Perugia per andare a vedere quelli che non uscivano nelle sale cittadine.
C’è un aneddoto sui tuoi anni a Spoleto? G.F.: Ricordo che avevo un rapporto piuttosto difficile con quasi tutti i miei insegnanti, forse per il mio carattere un po' particolare. C'era però una professoressa di filosofia, Daniela de Gregorio, con cui avevo instaurato un ottimo feeling. La reputo una persona davvero interessante e credo che il sentimento fosse corrisposto. Mi ha fatto molto piacere sapere dei suoi recenti successi letterari.
E sul “Premio Nickelodeon”?
G.F.: Facevo parte della giuria nella seconda edizione, ma ero lì più che altro per dare una mano agli organizzatori, diciamo che facevo “manovalanza”. Comunque lo seguo tuttora con attenzione, so che ultimamente si occupa di cortometraggi che riguardano temi sociali.
Dopo il liceo, si è aperto un capitolo nuovo della tua vita. Forse quello più decisivo per la tua crescita professionale
G.F.: Dopo aver lasciato Spoleto, mi sono trasferito a Napoli dove mi sono laureato in Lingue e Letterature Straniere. Ma la mia grande passione rimaneva il cinema. Avvertivo il suo forte valore aggregante, e sentivo il bisogno di trasmetterlo alle persone.
Sembra proprio che con Pigrecoemme l’obiettivo sia stato centrato.
G.F.: Il successo della Pigrecoemme si è costruito mattone dopo mattone. Il livello che ci vantiamo di aver raggiunto è frutto dell'esperienza che abbiamo acquisito nel tempo. Siamo partiti con dei semplici corsi di alfabetizzazione e di tecniche audiovisive; oggi ci possiamo permettere di annoverare tra i nostri docenti professionisti di grande spessore e di rendere molto ampia e stimolante l'offerta didattica.
Quali le offerte formative?
G.F.: Sarebbe riduttivo parlare della Pigrecoemme solo come una scuola di cinema. Attualmente organizziamo corsi di recitazione cinematografica e teatrale, corsi di montaggio, di regia televisiva, di sceneggiatura, di critica e analisi dei film, corsi per operatore e cameraman tv, corsi di fotografia e di fotogiornalismo. Ciò che cerchiamo di fare è trasmettere ai nostri allievi un bagaglio di esperienze che sia il più vasto e concreto possibile. Il nostro fine è quello di insegnare loro le tecniche; agli allievi il compito di saperle applicare bene per poter avere un futuro professionale appagante. Ci tengo a dire che la nostra scuola si distingue da quegli istituti che “illudono” i giovani, prospettando loro mirabolanti carriere cinematografiche o televisive.
Tra gli studenti anche molti ragazzi stranieri. Una bella soddisfazione
G.F.: Il fatto che molti ragazzi stranieri scelgano la nostra scuola invece di altre più famose e prestigiose a Milano o a Roma, è motivo di grande orgoglio.
Uno degli ultimi lavori realizzato dalla Pigrecoemme è una video-inchiesta sul “potere” (guarda qui)
G.F.: Si tratta di un progetto realizzato a Napoli dai nostri studenti, di cui ho curato regia e montaggio, e presentato alla rassegna di incontri e conversazioni “L'Arte della Felicità”, che quest'anno ha trattato appunto la tematica del potere.
L'inchiesta cerca di scoprire il rapporto che il cittadino comune sente di avere col potere. Il tema dunque viene trattato da un punto di vista quasi sofistico
G.F.: Abbiamo posto due semplici domande a 154 persone: “Quale potere ritieni di avere” e “Quale potere vorresti avere”. Ben un terzo degli intervistati, per lo più giovani, ha ammesso di non avere alcun potere. Tra chi invece un potere pensa di averlo c'è chi ritiene di avere quello di persuasione, chi quello della seduzione, quello dell'amore, del sorriso, della cultura, della parola, di saper immaginare o di fare scelte. C'è chi pensa di avere potere solo su se stesso e chi invece ritiene di averne sugli altri. Chi pensa di possedere il potere fisico e chi, come ha ammesso un prete, quello dell'abito.
Quale potere invece vorrebbe avere?
G.F.: La seconda domanda ha toccato più profondamente la sensibilità degli intervistati. La stragrande maggioranza di loro, infatti, vorrebbe avere il potere di cambiare le cose brutte del mondo, di portare pace e serenità a chi soffre, di rendere felice gli altri con un semplice sorriso. Non mancano comunque desideri più terreni, come quelli del potere economico e politico; e altri addirittura fanciulleschi, come quello di saper volare o di essere invisibile.
A tentare di mettere ordine in questo calderone di sensazioni e desideri umani è il filosofo Aldo Masullo
G.F.: Sì, Aldo Masullo è uno dei maggiori filosofi italiani viventi. E' un patrimonio della città di Napoli e dell'Italia più in generale. Oltretutto, è una persona molto umana e vicina agli argomenti che abbiamo trattato nella nostra video-inchiesta. Analizzando le risposte degli intervistati, in particolare dei giovani, riesce a darne una chiave di lettura lucida e attuale, lontana da qualsiasi astrattismo filosofico, perfettamente calata nella realtà del tempo in cui viviamo.
Qual'è dunque questa chiave di lettura che il professor Masullo intravede nelle risposte dei giovani?
G.F.: Masullo crede che l'epoca nichilista in cui viviamo sia priva di forme determinate. I giovani non hanno i punti di riferimento che hanno invece gli adulti, e non trovano quindi appigli per relazionarsi col mondo confuso che li circonda. La comunicazione è per loro uno scoglio insormontabile. Essa dovrebbe basarsi su forme predeterminate, ma proprio l'assenza di queste la rende impossibile. I giovani sono vittime di un potere drammaticamente forte che li schiaccia: quello del vuoto. Nel vuoto non ci sono punti di orientamento, contro il vuoto non ci si può ribellare. Ecco perché si sentono impotenti. Secondo Masullo i ragazzi intervistati non hanno realizzato una interlocuzione, ma si sono messi al margine: questa è la vera impotenza. La potenza, al contrario, sarebbe quella del tentare di dare una risposta alla domanda per ribellarsi alla propria solitudine. La vera impotenza sta nel non riuscire a cogliere l'opportunità che la domanda ti concede per ribellarti e reagire all'isolamento. I giovani, nel momento in cui avvertono la propria impotenza, dovrebbero avvertire anche la possibilità di non ignorarla; bensì di impugnarla come un'arma per affrontare e modificare la realtà. L'impotenza è l'infelicità, mentre la felicità è l'avventura del “Potere” di poter trasformare la società.
Poi c’è il video di “Nonna nonna core mio” (clicca qui) magistralmente cantata dalla soprano Letizia Calandra. Sarà un caso ma anche la Calandra è legata a Spoleto, avendo qui vinto nel 2000 il concorso per giovani cantanti del Lirico Sperimentale?
G.F.: Ne sono a conoscenza e mi fa molto piacere questo nesso con Spoleto. Certo, sapere che la cantante ha vinto il prestigioso concorso del Lirico Sperimentale di Spoleto è stato per me un incentivo in più per accettare l’incarico. Il video è stato realizzato a budget zero dagli allievi di quest'anno: un bel lavoro se si pensa che avevano frequentato da neanche tre mesi il Corso.
Giacomo Fabbrocino ha mai pensato a qualche progetto che coinvolga la città del festival?
G.F.: Il mio sogno è quello di tornare a Spoleto per viverci. Non solo, vorrei anche mettere a disposizione della città l'esperienza professionale che ho costruito negli anni. Per iniziare, ad esempio, mi piacerebbe molto avere degli spazi dove tenere seminari e corsi, da trasformare nel tempo in una vera e propria sede distaccata della Pigrecoemme. Tutto questo però non dipende solo da me, ma anche e soprattutto dalle istituzioni comunali e regionali, e dalla loro eventuale disponibilità ad investire nel progetto.
(Jac.Brug. e Ca. Cer.)
© Riproduzione riservata