di Cinzia Scami
C’era molta attesa a Terni per il lancio del lungometraggi di Andrea Sbarretti “La sella del vento”, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Vallerignani che ha prodotto il film realizzando le musiche. Una attesa che è andata delusa per una pellicola da cui ci si aspettava di più, a guardare lo sforzo per catturare l’attenzione dei media regionali e la stessa presentazione in Comune alla presenza dell’assessore al turismo Roberto Fabrini. Una delusione che non può neanche attenuarsi con la scarsa disponibilità di mezzi e fondi (è costato 10mila euro), visto che il regista ha avuto modo di dichiarare che il suo “è cinema d’autore, non commediole per farsi due risate”. Resta da capire quale concetto e visione ha Sbarretti dei film d’autore. Ma veniamo a quanto proiettato in questi giorni al Cityplex Politeama di Terni. La pellicola narra la storia di Luca, Giorgio, Massimo e Giada che il destino vuole siano nati nello stesso giorno, dello stesso mese ed anno. Una amicizia forte, nata sui banchi della scuola, che li legherà anche negli anni seguenti. La richiesta di aiuto di uno di loro, che non sa come fronteggiare i creditori (dipinti come aguzzini senza alcun motivo apparente, quasi fosse una categoria di criminali a prescindere), li farà incontrare dopo 20 anni. Ognuno con la propria vita, ognuno con la propria storia alle spalle. Una volta ritrovatisi, i quattro sperimentano invece nuovi affetti, scoprono differenze e fanno bilanci. Alla fine, proprio colui che li ha spinti a rivedersi, morirà suicida lanciandosi dal Ponte delle Torri di Spoleto. In qualche modo, a modo suo ovviamente, Sbarretti la “sua” provincia ternana ce l’ha a cuore se decide di sfruttare la location di Spoleto, e il Ponte delle Torri in particolare, per farvi terminare la vita del protagonista.
La trama ha una discreta potenzialità ma perde forza e ritmo con lo scorrere del film. I dialoghi sono spesso scontati, il linguaggio banale, le situazioni e i personaggi stereotipati (come la segretaria segretamente innamorata del capoufficio con la sua improbabile borsetta trasparente con spazzola in bella vista sulla scrivania, o il calendario con donna nuda nell’appartamento di Luca). La fotografia ruvida e poco accurata non rende giustizia alla bellezza di Narni o del Terminillo innevato. La colonna sonora invadente e in alcuni momenti assordante che sovrasta i dialoghi e le scene invece di sottolinearne lo spessore. I monologhi dei protagonisti ai limiti dell’inespressività. Il loro profilo psicologico appena accennato, la loro personalità tratteggiata. Quello che poteva essere un onesto prodotto, risulta una opera in spes. Tematiche come l’ineluttabilità del destino, la bellezza della vita di provincia, la pochezza dell’esistenza umana e i drammi personali rimangono a livello embrionale, non hanno spessore e non comunicano all’imbarazzato spettatore le emozioni che il regista dichiara di voler suscitare. Peccato. Peccato per Terni. Peccato per la fatica di tutti quelli che si danno da fare (dagli artisti di strada, ai circoli, alle associazioni) e che spesso si trovano le porte chiuse. Peccato per tutti quelli che faticano e studiano e si formano e cercano di uscire da “Terni e Dintorni”. Peccato per la strada che ancora c’è da fare nella scelta delle opereda realizzare e dei progetti da patrocinare. Peccato per tutti quelli che continuano a volerci far credere che un prodotto per essere valido artisticamente deve avvicinarsi alla mediocrità. Una semplice curiosità: ma Giada ha gli occhi neri o verdi?
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