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CARTELLE ICI E TARSU, LE CONSIDERAZIONI DELL' ITALIA DEI VALORI

di Massimiliano Massari (*)

In questi giorni stanno arrivando alle famiglie spoletine circa 9400 avvisi di accertamento relativi all'ICI ed alla Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU) per tributi riferibili anche all'anno 2005, dichiarati nell'anno 2006.

Abbiamo più volte criticato la pessima abitudine dei Comuni, tra cui quello di Spoleto, di procedere senza cause di forza maggiore ad accertamenti d'ufficio per somme riferibili a molti anni precedenti. Noi chiediamo che il Comune proceda ai suoi accertamenti con frequenze più ravvicinate nel tempo.

In sostanza, poiché il titolo per richiedere il pagamento del tributo non reclamato si prescrive in cinque anni, l'Ente locale può provvedere utilmente a notificare l'accertamento entro tale termine. Tuttavia, i cinque anni sono il termine ultimo, ma nessuno vieta che tali accertamenti avvengano con cadenze più ravvicinate, come per esempio per l'anno precedente o per i due anni precedenti.

Infatti, nella realtà spesso accade che siffatti accertamenti non siano corretti per molte ragioni, ma il fatto che si costringa il contribuente, che per esempio abbia correttamente pagato, a esibire una documentazione riferibile a cinque anni prima, lo pone spesso in condizioni di difficoltà.

Per un Comune dotato di numerosa burocrazia pagata per tenere archivi, cinque anni possono non essere molti, ma per il cittadino, al contrario, recuperare documentazione così vecchia può esserlo, specialmente nel caso degli anziani o di chi ha poca dimestichezza con complicati dichiarativi e scartoffie.

Inoltre, se a seguito di erroneo accertamento d'ufficio, il cittadino ha perduto la documentazione idonea a dimostrare la sua correttezza, egli deve ripagare con la maggiorazione della relativa sanzione, mentre se è il Comune ad aver commesso errore di accertamento, al cittadino è data una “bella pacca sulla spalla” senza alcun indennizzo.

E' evidente che così stando le cose, teoricamente ed astrattamente si può affermare che il Comune, nel dubbio, è di fatto incentivato a mandare una “cartella in più”, anziché approfondire la reale situazione di un ipotetico contribuente attraverso un faticoso lavoro d'archivio, con il risultato implicito che è il cittadino a tenere l'archivio per conto della pubblica amministrazione.

Sia chiaro, per noi l'evasione fiscale è una piaga da debellare, i tributi dovuti vanno pagati secondo il principio di legalità e non si tratta di modificare il Codice in tema di prescrizione, solo di chiedersi trasparentemente cosa ha fatto il dirigente pubblico responsabile del procedimento di entrata che ha atteso cinque anni prima di accertare la maggiore entrata? Se esistono validi motivi oggettivi “nulla quaestio”, se invece vi è stata trascuratezza o imperizia allora il profilo è diverso.

Quindi, proprio per rafforzare il principio di legalità crediamo debba valere la logica del “chi sbaglia paga”: se sbaglia il contribuente, deve essere sanzionato, ma se sbaglia l'Ente accertatore, deve risponderne in termini concreti (monetari per capirci bene), indennizzando il cittadino che si è visto chiedere indebitamente la ripetizione del tributo. Dunque, affinché l'eventuale sanzione ristorativa a carico dell'Ente che ha emesso errato accertamento, non si traduca in maggior fabbisogno finanziario pubblico e conseguentemente in maggiori imposte per tutti, proponiamo che ne rispondano personalmente i “mega-dirigenti” responsabili, i quali sono lautamente pagati arrivando a percepire stipendi dalle 5 alle 10 volte superiore rispetto a quelli di un impiegato od operaio.

A noi questa proposta appare semplice, efficace e improntata al principio della responsabilità: con tale metodo, l'incentivo è a non richiedere al cittadino somme indebite e con ciò tutti saremmo più contenti.

Certo è, invece, che se la situazione resta l'attuale e se la pubblica amministrazione continua a chiedere ricevute di pagamenti sfruttando, senza giustificato motivo di merito, il limite massimo dei cinque anni e molto più probabile che qualche onesto contribuente, solamente un po' disordinato, ne faccia le spese, piuttosto che se tali accertamenti fossero definiti entro limiti temporali più moderni e più coerenti con la pratica dell'economia, nell'ambito del suesposto principio del “chi sbaglia paga”.

Poiché abbiamo già esposto pubblicamente la trattazione di cui sopra, già sappiamo che il Comune risponderà che solo una modesta quota degli accertamenti, poniamo a puro titolo di esempio il 10%-15%, è soggetto a errore. E noi rispondiamo dicendo che provi un qualsiasi ristoratore a chiedere sistematicamente al 10%-15% dei suoi avventori di ripagare un conto già saldato o un artigiano a reclamare metodicamente al 10%-15% dei suoi clienti di pagare di nuovo qualcosa che hanno già pagato: sia quel ristoratore sia quell'artigiano avrebbero certamente perduto quei loro clienti e gli atri che ne venissero a conoscenza, mentre la pubblica burocrazia usando la forza coercitiva della sovranità può “vessare” senza pagare pegno.

La pubblica amministrazione che noi dell'IdV vogliamo realizzare si deve porre su un piano paritario con i cittadini: tanti doveri, tanti diritti e nessun suddito.

(*) Coordinatore IdV Spoleto