Basket regionale, settore giovanile come il “mercato delle vacche” - Tuttoggi

Basket regionale, settore giovanile come il “mercato delle vacche”

Carlo Vantaggioli

Basket regionale, settore giovanile come il “mercato delle vacche”

Deflagra il "caso Spoleto" dove una società nega a giocatori minori la possibilità di cambiare squadra. Tranne qualcuno
Sab, 10/10/2015 - 15:14

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Non sarà certo il primo caso in Italia e in questo sport specifico. Ma i ripetuti “problemi di tesseramento” che caratterizzano l’ultimo anno di vita della società sportiva spoletina Giromondo Basket, da anni impegnata nel settore della pallacanestro a Spoleto, in special modo quello giovanile con atleti tutti al di sotto dei 18 anni, si sta trasformando in un caso regionale, mettendo a nudo tutte le contraddizioni di una regolamentazione nazionale sui tesseramenti, che definire antiquata e al limite della legittimità, rispetto ai diritti della famiglia, è un eufemismo. Talmente antiquata e incongrua che, pur non scendendo nel dettaglio tecnico delle singole norme, prevede l’impossibilità di poter cambiare squadra, il cosiddetto svincolo del cartellino, senza l’assenso della società di appartenenza.

Si potrebbe affermare, “sai che novità…” ! Se non fosse che è palese e sotto gli occhi di tutti come questa sorta di ius primae noctis, impedisce il legittimo svolgimento della potestà genitoriale su un minore. Quell’autorità prevista dalla legge per dare corso sempre e comunque alle scelte dei propri figli e proteggerli nei casi in cui non siano liberi di poterlo fare da soli. E’ così invece che  il figlio-giocatore diventa una sorta di proprietà sportiva, uno specie di strumento atletico, in mano alla società di turno che decide in tutto e per tutto per lui. Moralmente ed eticamente una mostruosità giuridica.

Vale ricordare che l’unica attenuante ad una simile nefandezza regolamentare, potrebbe essere quella che riconosce alla società sportiva lo sforzo fatto economicamente per lo sviluppo atletico del ragazzo e l’investimento della società sullo stesso. Per intenderci i soldi spesi per formarlo tecnicamente, per vestirlo, per trasportarlo nelle trasferte etc. Ora è noto a tutti come le piccole società di basket, facciano pagare ai genitori una quota annuale di iscrizione (con i tempi che corrono, spesso di non poco conto), forniscano di materiale tecnico-sportivo solo le squadre iscritte nei campionati ( ma solo di canottiera e pantaloncini) e non provvedano quasi mai alle trasferte dei campionati minori, tipo Under 13-14-15-16 etc. , dove l’intervento dei genitori automuniti si rivela quasi sempre provvidenziale. Lo stesso, e a maggior ragione, dicasi per il minibasket. È palese dunque che l’unica spesa a cui provvedono queste società è quella dell’affitto da pagare per la palestra ( quasi sempre comunale e con prezzi popolari), della quota fissa alla Federazione nazionale e per la partecipazione ai campionati, di poco materiale di consumo, come possono essere i palloni, le retine dei cesti e poco altro, ed infine gli eventuali “rimborsi” a dirigenti e allenatori.
Al lettore le ulteriori considerazioni contabili su quanto appena detto.
Il caso Spoleto, sta però diventando una sorta di tormentone che tuttavia provoca serie ripercussioni nelle famiglie che hanno la sventura di trovarcisi in mezzo.
E’ di qualche giorno fa la denuncia fatta attraverso le colonne della testata sportiva Spoletosport.it, circa una mancata risposta della Giromondo Spoleto alla richiesta di trasferimento ad altra squadra (la Atomika Basket) da parte di due giocatori, Filippo Bartoli e Riccardo Tini, entrambi Under 18 di valore che in virtù di questo silenzio-diniego hanno anche interrotto al momento l’attività sportiva, tanto è motivata la loro scelta. A quanto risulta a Tuttoggi.info ai due atleti se ne aggiunge un terzo che è Andrea Valente, anche lui Under 18, addirittura fermo per gli stessi motivi da più di una stagione.
Questi al momento i casi irrisolti. Ma nelle stagioni sportive precedenti si sono registrati altri “incagli”, frutto di gravi tensioni tra genitori e dirigenza della Giromondo, poi risolti solo grazie alla costanza delle famiglie e a volte alle pressioni di tipo legale.
Da tormentone a modus operandi il passo è breve. Come dire, si tira la corda più che si può e poi si vede chi molla per primo.
Se non fosse che di mezzo, non va mai dimenticato, ci sono dei minori che vogliono solo giocare a basket. Ma sopratutto ci sono delle dinamiche familiari, quella tra genitori e figli, che a volte sfociano in tensioni di cui nessuno ha colpa nello stesso nucleo, ma sono di fatto attribuibili alla società, in virtù del sopra citato regolamento anacronistico.
Nel “caso Spoleto” questo atteggiamento nei confronti dei propri giocatori, si è fatto più pressante dopo le note vicende di separazione tra dirigenti nella Giromondo e risalenti ormai a più di un anno fa, verso la fine del 2013. Tensioni che portarono alla definitiva uscita dalla dirigenza del coach giromondino, Gianluca Bernelli e alla fondazione della Atomika Basket, oggi militante in serie C, con una cospicuo seguito anche nei campionati minori, tanto da registrare per il prossimo anno sportivo l’iscrizione di ben due squadre, nella serie Under 18 e Under 20 regionale.
In breve, ogni richiesta di passaggio dalla Giromondo all’Atomika, viene considerata dai giromondini una sorta di delitto di lesa maestà, senza considerare che già nell’anno della scissione, nel 2014, furono proprio i dirigenti della stessa Giromondo a comunicare urbi et orbi, genitori inclusi, che chi voleva cambiare poteva farlo liberamente. Il problema è nato solo al momento in cui davvero un numero più che cospicuo di atleti ha deciso di indirizzarsi verso l’Atomika.
Senza porsi almeno la domanda fatidica “perchè accade questo?” la Giromondo ha iniziato a mettere dei veti senza mai entrare nel merito dei motivi apposti al diniego. Ancora prima della scissione si era verificato un caso “spia”, nel settore femminile, quello della Blu Basket (sempre orbita Giromondo), dove lo svincolo (risolto poi con la formula ambigua del prestito) di una fortissima atleta spoletina, convocata anche in nazionale, portò a frizioni personali al calor bianco. Nel 2014 invece il primo caso di duro contrasto post scissione, con una famiglia che esasperata dal diniego senza motivazione per la richiesta di passaggio all’Atomika, si è trovata costretta a chiedere lo svincolo definitivo del proprio ragazzo (non senza una dura battaglia a suon di legali e raccomandate)  verso Foligno, un giovane under 14 che ha così potuto giocare in tranquillità senza rimanere stritolato nella “plaza de toros” dello scontro tra Giromondo e Atomika.
Veto al passaggio che non vale però per tutti. Prima della fine dell’estate 2015 la Giromondo, in controtendenza al modus operandi, concede il via libera ad un giovane e promettente under15 verso una blasonata squadra nazionale, a Roma.
E poi di nuovo il blocco con gli ultimi 2 casi di diniego denunciati su Spoletosport.it, più quello a conoscenza di Tuttoggi.info
Su tutta questa vicenda locale, si fa enorme ed imbarazzante il silenzio della Federazione (FIP) regionale che non proferisce parola se non, e solo, ad accese sollecitazioni telefoniche dei familiari. Un comportamento pilatesco che denuncia una clamorosa incapacità nel poter dire anche una sola parola nel merito, ma sopratutto sull’etica del comportamento societario nei confronti di atleti minori, tanto per non dimenticare chi sono i soggetti principali del contendere. Ci si aspetterebbe poi almeno un cenno anche da parte di chi si occupa di sport a livello comunale, magari sulla legittimità etica dell’esercizio della cosiddetta attività sportiva. Mentre è persa ogni speranza che il carrozzone FIP nazionale sia in grado di dire e fare alcunchè.
Una falla enorme già denunciata, per la dimensione nazionale e gli sport coinvolti, anche in alcune puntate di Report, la trasmissione giornalistica di Rai3. Federazioni sportive nazionali di ogni genere, trasformate in una sorta di refugium peccatoribus per incompetenti ben pagati che non hanno il coraggio di prendere in mano un regolamento, palesemente anacronostico e forse anche illeggittimo, e trasformarlo in qualcosa che difenda i diritti delle famiglie e dei ragazzi, di poter scegliere con chi e dove giocare lo sport che amano. C’è forse un diritto che impedisce di cambiare scuola ad un ragazzo se questo si accorge di non trovarsi bene in quella che frequenta?
L’epilogo doloroso di tutta questa squallida storia è che alla fine spesso i ragazzi mollano lo sport, i cui valori morali diventano discutibili e non certamente un esempio per nuove generazioni.  I genitori poi, non sempre sono in grado di difendere fino in fondo i loro figli, con tutto quello che ne consegue in termini di stima e rispetto, mentre dirigenti sportivi locali riaffermano la loro protervia sociale, magari ammantandola di diritto sportivo e etica del comportamento.

Rampanti e rapaci educatori del 21° secolo.

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