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Arena – Moscatelli e la lettera-denuncia di Ignozza: si accende la campagna elettorale della politica sportiva

Redazione

Arena – Moscatelli e la lettera-denuncia di Ignozza: si accende la campagna elettorale della politica sportiva

Mar, 28/04/2026 - 21:12

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Due date di maggio segnano il futuro dello sport umbro: 8 e 23. La prima è la scadenza entro la quale devono essere presentate le candidature per le elezioni della guida del Coni regionale, che si terranno il 23. I pretendenti alla carica che per pochi mesi è stata di Aurelio Forcignanò, passando poi, dopo le sue dimissioni, al commissario Riccardo Giubilei, dopo la breve reggenza di Repace, sono già noti: Fabio Moscatelli, vice presidente uscente del Comitato, Andrea Arena, presidente Fijlkam (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali).

Un “derby” territoriale, tra il ternano Giubilei e il perugino Arena, di una partita che però si gioca di più sul peso e sulle aspettative delle varie Federazioni. Aspetti che i due candidati stanno inserendo nei programmi in avanzato stato di elaborazione. Anzi, quello di Arena, come anticipato da Alessandro Antonini sul Corriere dell’Umbria, nelle linee programmatiche è già stato presentato ad alcuni presidenti di Federazione, sotto il titolo “Un Coni di tutti e per tutti”.

La denuncia di Ignozza

Sulla campagna elettorale della politica sportiva umbra è arrivata la lettera aperta firmata dall’ex numero uno dello sport umbro, Domenico Ignozza. Una lettera aperta indirizzata al presidente del Comitato Italiano Paralimpico e ai componenti il Consiglio regionale Coni Umbria, rivolgendosi però, in apertura “ai presidenti, ai dirigenti, agli atleti, ai tecnici ed a tutti coloro che vivono lo sport come missione”.

“È tempo di dire basta!” attacca Ignozza, che denuncia pressioni da Roma per “logiche di potere”.

Questo il testo integrale dela lettera aperta:

Cinquant’anni di vita spesi al servizio dello sport mi hanno insegnato una verità fondamentale: lo sport non può e non deve essere ridotto a una mera sequenza di eventi atletici o a una bacheca di trofei. È, prima di tutto, una missione di vita, un veicolo insostituibile per trasmettere valori.

Oggi, tuttavia, mi trovo a scrivere queste righe con il cuore colmo di sdegno. Vedere quel patrimonio di
rapporti umani che ho costruito e curato con estrema dedizione, impegno e passione, calpestato da logiche di potere che ignorano l’etica, è una ferita aperta che non posso ignorare.

Il patrimonio di rapporti umani di cui parlo non è una lista di contatti in un’agenda, ma un mosaico di strette di mano, di fatiche condivise “a bordo campo” e di problemi risolti insieme, spesso lontano dai riflettori. È la fiducia che un tecnico, un dirigente di periferia o un genitore ripone nell’istituzione che rappresentiamo.

Quando queste relazioni vengono sacrificate per logiche di schieramento, si sta commettendo un furto ai
danni dello sport. Vedere colleghi di lungo corso costretti a voltare le spalle per timore di ritorsioni, o assistere a legami storici che si spezzano sotto il peso di una promessa di poltrona, non è solo una sconfitta politica: è una sconfitta antropologica.

Si sta passando dal ‘noi’ sportivo all”io’ del potere. L’etica, che dovrebbe essere il binario su cui corre la nostra azione, viene derubricata a fastidioso ostacolo burocratico. Una struttura che calpesta le persone è
autoreferenziale, ha già smesso di educare in partenza. Se il dirigente non è più un esempio di lealtà, con
quale faccia chiederemo a un giovane atleta di rispettare le regole della gara?

Questa ferita brucia perché non colpisce la mia persona, ma l’idea stessa di comunità che abbiamo difeso per mezzo secolo. Non si può costruire il futuro dello sport sulle macerie della dignità umana.

Il primato dell’uomo sulla “poltrona”

Ho sempre inteso l’incarico politico non come una poltrona da occupare, ma come un servizio da rendere. Proprio per questo, in tutti questi anni il CONI Umbria ha dialogato con le istituzioni di ogni colore politico, senza etichette, con l’unico obiettivo del bene comune.
Per me, la parola ‘servizio’ non è mai stata un esercizio di retorica, ma una bussola quotidiana. Interpretare un ruolo istituzionale significa spogliarsi della propria appartenenza per vestire i colori di tutti. In cinquant’anni, ho considerato il CONI Umbria come un porto franco, una zona franca dove le ideologie dovevano fermarsi sulla soglia per lasciare spazio esclusivamente ai bisogni delle società, dei tecnici e delle famiglie.

Dialogare con tutti non significa essere di tutti, ma essere per tutti. Abbiamo collaborato con amministrazioni di ogni segno politico, sedendoci ai tavoli della destra e della sinistra con la stessa schiena dritta e la medesima onestà intellettuale. Il nostro unico ‘colore’ è sempre stato il bene comune, la nostra unica ‘lobby’ quella dei giovani che sognano.

Quando la politica sportiva smette di essere un ponte e diventa un muro tradisce la sua natura stessa. Se oggi questo equilibrio viene incrinato da logiche di appartenenza forzata, si mette a rischio l’autonomia dello sport.

Un’istituzione che si piega a una parte smette di essere la casa di tutti e diventa il fortino di pochi. La mia
storia parla di porte aperte e di ascolto incondizionato: un metodo che non ho intenzione di vedere svenduto sull’altare della convenienza del momento

Si parla ossessivamente di “rinnovamento”. È la parola d’ordine di ogni programma, la promessa fatta ai
giovani per convincerli che il sistema stia cambiando. Ma dietro questa facciata si nasconde troppo spesso il solito, vecchio gioco di potere.

È un paradosso doloroso: predichiamo la lealtà sportiva ai nostri ragazzi, mentre nelle “stanze dei bottoni” si pratica il clientelismo. Quando l’unità di intenti viene sacrificata sull’altare di interessi personali, il danno non colpisce solo i singoli, ma l’intero movimento. Lo sport sta perdendo la sua anima per mano di piccoli strateghi del potere.

In un mondo che corre verso il cinismo, mettere l’uomo davanti all’istituzione è un atto di coraggio. Eppure, proprio laddove ci si aspetterebbe una visione alta e competente, ci si scontra oggi con una realtà desolante: l’uso della prepotenza come strumento di gestione.

Stiamo assistendo a qualcosa di inaccettabile: il tentativo di piegare il voto e la volontà altrui attraverso
pressioni che giungono persino dai vertici delle federazioni nazionali. Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Quando le telefonate che dovrebbero vertere su progetti e visioni diventano veicoli di sottili (o esplicite) pressioni, quando il sostegno a una candidatura viene condizionato dal timore di ritorsioni per la propria federazione o società, non siamo più nel campo dello sport. Siamo nel campo della prevaricazione.

È inaccettabile, ribadisco, che i vertici nazionali, anziché farsi garanti dell’autonomia territoriale, scendano in campo per alterare gli equilibri locali con il peso della loro autorità. Questo non è ‘indirizzo politico’: è
commissariamento delle coscienze.

A chi osserva dall’alto senza intervenire: Il silenzio, in queste circostanze, è un’omissione di soccorso istituzionale. Chi ha la responsabilità del governo dello sport ha il compito di proteggere l’integrità del voto. Girarsi dall’altra parte significa legittimare un sistema dove vince chi urla più forte o chi ha più leve per ricattare, non chi ha l’idea migliore.

A chi riceve queste pressioni e si sente isolato: Capisco il peso di queste ore. Ma ricordate: la vostra dignità di dirigenti non ha prezzo, e la libertà di scelta è l’unico scudo che abbiamo per difendere la bellezza del nostro lavoro. Un voto espresso per paura è un voto che vi incatena al sistema che vi sta soffocando. Se accettiamo che la nostra volontà venga ‘piegata’, allora dobbiamo smettere di parlare di lealtà ai nostri ragazzi, perché avremo perso il diritto di essere i loro maestri.

Lo sport è, per sua natura, un esercizio di libertà. Il seggio elettorale deve restare un luogo sacro, immune da condizionamenti esterni. Accettare passivamente questi giochi significa non solo diventarne complici, ma condannare il futuro del movimento a una gestione clientelare che non guarda al merito, ma solo alla fedeltà.

Esiste ancora un modo pulito di intendere la dirigenza. La mia indignazione non è un fatto personale, ma un atto di tutela verso le future generazioni. Affinché i dirigenti di domani non debbano mai confondere il potere con l’autorevolezza, e affinché lo sport resti ciò che è sempre stato nel mio cuore: uno spazio di libertà e di crescita umana.

Viva cordialità

Domenico Ignozza

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