Categorie: Cultura & Spettacolo Spoleto

AL TEATRINO DELLE SEI IN SCENA “TRILOGIA HOROVITZ”, OVVERO LA GENESI DELLA VIOLENZA (foto)

Sabato scorso, al Teatrino delle Sei, è andato in scena la seconda replica di “Trilogia Horovitz” dedicata al drammaturgo americano Israel Horovitz proposta, al pubblico spoletino, da “Offucina eclectic arts”e da “La MaMa Umbria International”, in collaborazione con la “Regione Umbria”, “Comune di Spoleto”, “C- Virus”, “La MaMa E.T.C.”, “Monk Parrots”, l'Università del Texas e l'Università di Dankook (Seoul), con il patrocinio dell'Ambasciata degli Stati uniti.

La trilogia, diretta da tre diversi registi, è stata tradotta dallo spoletino Andrea Paciotto con la supervisione dello scrittore e drammaturgo Edoardo Erba.

La prima piece “L'INDIANO VUOLE IL BRONX”, una delle prime opere di Horovitz – venuta alla luce nel 1968 e presentata lo stesso anno al Festival dei Due Mondi di Spoleto con un cast che comprendeva i giovanissimi Al Pacino e John Cazale – è affidato alla regia dello statunitense Luke Leonard. Questa sorta di melodramma racconta la storia di Gupta (Enrico Salimbeni), l'indiano del titolo, appena arrivato dal suo paese natale per visitare il figlio che vive nella città di New York. Lo sfortunato straniero, mentre attende l'autobus per il Bronx, si imbatte in due giovani Murph (Francesco Bolo Rossini) e Joey (Giorgio Marchesi), due ragazzi disadattati, che fanno della prepotenza e della forza la loro ragione di vita. La rappresentazione si apre con l'ingresso dei giovani che cantano “Baby, you don't care ” di Scott Collins. I due, dopo aver cantato e ballato il ritornello del brano, iniziano ad inveire contro una donna ( non presente in scena), rea di essere la loro assistente sociale. Mentre Murph e Joey si muovono nello scenario urlando e prendendo a male parole la loro “balia” si accorgono della presenza di Gupta in attesa alla fermata dell'autobus. Dapprima, i giovani, si interrogano sulla nazionalità dell'estraneo con commenti e supposizioni deliranti, iniziando poi una escalation di rabbia e violenza verso l'indifeso indiano. La scenografia, di questa prima piece, sottolinea con forza e decisione l'aspetto confusionale e illogico che caratterizza l'essere dei due giovani, una apparenza resa ancora più forte dal prezioso apporto dato dalle musiche di Rolando Macrini.

Il secondo dramma “BEIRUT ROCKS”, concepito dalla mente di Horovitz nel 2006 e diretto, in questa occasione, dal regista coreano Hyunjung Lee, si svolge interamente in una camera di Hotel a Beirut durante la guerra tra Israele e gli Hezbollah. I personaggi sono quattro studenti di università americane, che si trovano in Libano per una vacanza-studio, radunati, vista l'emergenza, in questo albergo in attesa di essere evacuati. In un primo momento, sulla scena, troviamo Benjy (Giorgio Marchesi) intento a gustarsi una partita di golf del suo beniamino, Tiger Woods, lo studente, che poi si scoprirà essere ebreo, sembra essere più preso dal match che preoccupato dalla guerra. In un secondo momento nella stanza di Benjy fa il suo ingresso Jake (Francesco Bolo Rossini) che, dopo qualche istante di distacco, inizia a socializzare con il suo nuovo compagno di stanza. Tra una parola e l'altra i due vengono interrotti da frequenti, assordanti e minacciosi rumori di aerei che sorvolano la zona e dal fracasso terrorizzante dei bombardamenti poco distanti dalla loro posizione. Successivamente il palco si arricchisce della presenza di Sandy (Nicole Sartirani) e Nasa (Simonetta Solder) quest'ultima di origine palestinese. Il conflitto tra Benjy e Nasa non tarda a svilupparsi. La ragazza araba, dopo aver mostrato più volte il suo odio verso Israele e gli ebrei in generale, verrà perquisita perchè sospettata di nascondere, sotto le sue vesti, un ordigno esplosivo. Questo fatto, legato agli spaventosi rumori bellici, porterà panico e terrore tra i quattro studenti. La scena si chiude con una dichiarazione terribile della giovane palestinese che afferma di non avere remore a distruggere il mondo ebraico per salvare il nome e l'onore della propria famiglia. Anche in questo secondo atto, la scenografia e gli effetti sonori esprimono magistralmente la paura e la miseria che il conflitto genera e porta con se.

Nel terzo, ed ultimo, episodio “EFFETTO MURO” creato da Horovitz nel 2009 e qui diretto dal regista di origine spoletina, Andrea Paciotto, troviamo un soldato di nome Uri Abromovitch (Giorgio Marchesi) ed un giovane professore di poesia di nome Itzhak Shiffman (Francesco Bolo Rossini) a cui è stata uccisa la famiglia durante un attacco kamikaze su di un autobus. I due, tra l'altro ex compagni di scuola, si incontrano all'alba ad un posto di controllo militare del confine, di fronte a Ramallah. Il giovane professore, che poi si scoprirà essere imbottito di esplosivi, chiede di poter passare al di la del confine. Il soldato nega il passaggio ad Itzhak prima perché in anticipo rispetto l'orario in cui è consentito il transito, poi perché scopre il folle piano del suo ex compagno di scuola. La scena termina con l'uccisione del professore che, nonostante i tentativi di dissuasione del militare, prova a valicare il confine per attuare la sua vendetta. Un testo che lo stesso Horovitz descrive come “semplice e chiaro”. Un testo breve (15 minuti) ma molto intenso che, ancora una volta calca la mano sull'aspetto generale del conflitto con estrema chiarezza e “brutalità”. Al termine di quest'ultima opera il pubblico, presente in buona misura, si è lasciato andare ad un lungo e caloroso applauso. La Trilogia uno è uno spettacolo che mette a nudo, in maniera estremamente chiara e diretta, la natura violenta dell'uomo, capace di risolvere tutti, o quasi, i suoi problemi ricorrendo al conflitto, un mezzo che non porta ad alcuna crescita, uno strumento figlio delle nostre fragilità ed insicurezze che, a sua volta ne genera di nuove lasciando così l'essere umano in costante disagio con se stesso e con la propria natura.

Attesa per le ultime due repliche dell'interessante spettacolo in programma il prossimo 19 e 20 Settembre, sempre al Teatrino delle Sei in Piazza della Signoria.

(D.A)