(Geraldina Rindinella) Dacia Maraini è una di quelle grande scrittrici dal forte impatto emotivo ma che, nella vita di tutti i giorni, può lasciare stupiti per la riservatezza che la contraddistingue. La sua breve visita perugina ha rappresentato proprio uno di questi momenti: toccante e, al tempo stesso, sfuggente. L’appuntamento con la scrittrice è avvenuto ieri pomeriggio, presso la Sala dei Notari, dove ad attenderla c’era una folta schiera di fan e curiosi – soprattutto donne -, accorsi ad ascoltare una conversazione sui suoi libri e sulla sua intensa esistenza. Puntuale la Maraini fa il suo ingresso in sala vicino alla scrivania da cui parlerà di lì a poco, con piglio esitante, quasi intimorita dallo scroscio di applausi che l’accoglie calorosamente.
Classe 1936, figlia dello scrittore ed etnologo toscano, di antiche origini ticinesi, Fosco Maraini e della duchessa siciliana e pittrice Topazia Alliata, Dacia Maraini tiene viva l'attenzione per oltre un’ora rievocando alcuni stralci della sua vita: dall’amore incondizionato per Alberto Moravia alle significative amicizie con personaggi del calibro di Pier Paolo Pasolini e Maria Callas, passando per la folgorante carriera da narratrice. Dopo essersi seduta e aver ringraziato tutte le persone accorse, ha iniziato a parlare, raccontando la sua infanzia in Giappone dove i genitori si stabilirono dal 1939 al 1946: “Lì dal’ 43, per tre anni, io e la mia famiglia siamo stati internati in un campo di concentramento nipponico, dove abbiamo patito l’estrema fame. Al ritorno in Italia, ci siamo trasferiti in Sicilia, presso i nonni materni, nella Villa di Valguarnera a Palermo. Nel romanzo ‘Bagheria’ ho voluto trascrivere proprio l’esperienza di quel periodo e sottolineare come le arroganze e le crudeltà della mafia siano state favorite dalle grandi famiglie aristocratiche siciliane. Di queste ultime, non ne volevo sapere e le avevo ripudiate per sempre già da quando avevo nove anni e stavo dalla parte di mio padre che aveva dato un calcio alle sciocchezze di quei principi arroganti, rifiutando una contea che pure gli spettava in quanto marito della figlia maggiore del duca che non lasciava eredi maschi”. Un viaggio, quello di Dacia Maraini, che si snoda nel tempo e che si svela attraverso le storie e i luoghi, proprio come nella sua ultima fatica letteraria intitolata ‘La ragazza di via Maqueda’, una raccolta di 24 racconti che racchiude una galleria di ritratti femminili ambientati ancora nella mai dimenticata Sicilia, ma anche a Roma, città d’adozione dell’autrice, e in Abruzzo. “Nel libro parto da una Trinacria fatta di mare e di vento, di corse e di tuffi in cui trascorse i suoi lunghi anni Marianna Ucrìa, ma nelle strade snaturate delle sue splendide città oggi si vendono prostitute bambine venute dall’Africa e il suo mare è devastato da chi lucra su rifiuti pericolosi e sugli abusi edilizi che devastano l’isola. Roma, invece, si lega al tempo favoloso dei miei anni giovanili, delle felici storie della classicità, dei voli verso continenti lontani, del tempo malinconico della disillusione, degli amici ormai scomparsi come il regista Pier Paolo Pasolini, indimenticabile critico dell’allora nascente società dei consumi. L’Abruzzo è, infine, la terra incantata della maturità, con le leggende di antiche civiltà, i boschi popolati di animali, le tradizioni, i terremoti che la devastano. Ma è anche il luogo scelto per comporre i miei lavori”.
Una vita, quella di Dacia Maraini, raccontata in maniera intensa, quasi al limite del surreale, con gioie e dolori che si affacciano prepotentemente in tutte le opere e che tanto appassionano il suo fedele pubblico.