Dopo il successo ottenuto a Perugia ed Assisi inaugura a Spoleto sabato 19 aprile (ore 17.30) al Chiostro di San Nicolò la mostra itinerante “Donne di Vrindavan” promossa dal Comitato Internazionale 8 Marzo. All'evento è associata una raccolta fondi in favore di Guild of Service, New Delhi, India.
La mostra, a Spoleto da sabato 19 a domenica 27 aprile, si compone di 40 pannelli di fotografie, liriche, approfondimenti per raccontare le dure condizioni di vita delle vedove di Vrindavan in India. L'esposizione, di forte impatto emotivo, ha il suo cuore nel riuscito connubio tra le foto di Tamara Farnetani e le poesie di Daniele Passerini ed è completata dai racconti delle donne fotografate e dagli approfondimenti di Ester Gallo e Rita Cacciaglia. L'ingresso è libero (orario 10-19). Acquistando il catalogo, chi vuole può dare un'offerta all'associazione umanitaria Guild of Service per una struttura a Vrindavan che accoglie donne.
Il reportage della Farnetani, specializzata in ritrattistica presso il Kingsway College e il City of Westminster College di Londra, si distingue per qualità degli scatti, potenza evocativa e completezza del progetto. ”
Come spiega la stessa Farnetani “Le donne che ho conosciuto a Vrindavan sono donne particolari. Per lo più vedove che, dopo la morte dello sposo, cacciate dalle famiglie, si ritirano dalla vita mondana spogliandosi da ogni forma di materialismo, per dedicare la propria vita a preghiere e salmodie e raggiungere la liberazione dalla “ruota delle rinascite”. Insieme alle vedove ci sono mogli abbandonate coi loro bambini o che non sono riuscite a sposarsi per mancanza di dote. Molti guarderanno le foto con l'idea di una profonda violazione dei diritti umani, e sicuramente a queste donne la tradizione hindu nega una vita normale solo perché non hanno più marito. Invito però anche a spostare l'attenzione sulla loro personalità, la grande fede in Dio, la fierezza d'essere Hindu, l'accettare con dignità la propria sorte in cambio d'una ricompensa eterna. Mi ha commosso profondamente vivere con loro, condividere quel poco che possedevano, la costante serenità, il non temere la morte, anzi celebrarla come elevazione dello spirito”.