Il riassestamento delle catene di fornitura mondiali in corso e il riavvicinamento di alcune produzioni ai mercati europei rappresentano una sfida decisiva per il futuro economico dell’Umbria. Ma l’attrattività non è scontata: senza infrastrutture moderne, servizi digitali avanzati e politiche di sostegno agli investimenti, la regione rischia di essere tagliata fuori dai nuovi flussi industriali, con conseguente perdita di competenze e occupazione qualificata. È il messaggio forte e chiaro che arriva da “Supply Chain 2030: dalla logistica operativa alla strategia industriale”, il confronto promosso da Federmanager Perugia e Adaci, l’Associazione italiana Acquisti e Supply Management, e ospitato nella sede di Umbragroup a Foligno. L’incontro ha riunito manager, imprenditori, professionisti e rappresentanti delle istituzioni per discutere del futuro delle catene di fornitura come leva strategica di competitività.
Il punto focale. Come è emerso nel corso del convegno, coordinato dal professor Luca Ferrucci, docente di Economia e Management delle imprese all’Ateneo di Perugia, nell’attuale scenario geopolitico la geografia della Supply Chain si sta ridisegnando. Se da un lato alcune lavorazioni rimarranno globali, molte altre verranno riportate vicine ai mercati di destinazione. “La Supply Chain non sarà più soltanto la catena che collega un’impresa ai suoi fornitori – ha sottolineato Ferrucci -. Sarà il punto di incontro tra strategia aziendale, geopolitica e politica territoriale. E proprio sulla capacità dei singoli territori di offrire filiere di fornitura di qualità, infrastrutture integrate ed efficienti (porti, aeroporti, collegamenti ferroviari e stradali efficienti), aree industriali attrezzate, servizi digitali avanzati e pubbliche amministrazioni che agevolino gli investimenti necessari a rendere competitive le aree da loro amministrate, che si gioca una parte importante della competitività futura del nostro sistema produttivo ed in particolare anche di quello umbro. I territori dovranno diventare dei luoghi nei quali valga la pena costruire, ricostruire e mantenere le filiere. Il futuro è caratterizzato da molte criticità ma offre anche delle grandi opportunità per quelle aree che saranno pronte ad intercettare i flussi delle forniture che saranno trasferite in luoghi più prossimi ai mercati di destinazione. Se un territorio non riuscirà ad attrarre investimenti, perderà opportunità occupazionali qualificate; se perde giovani e competenze, diventerà ancora meno attrattivo per le imprese; se la base produttiva si indebolisce, anche i servizi, la formazione e le infrastrutture tendono a svilupparsi più lentamente. La geografia delle Supply Chain può quindi amplificare le differenze territoriali invece di ridurle”.
Il quadro preoccupante tracciato dal mondo manageriale, sintetizzato anche nelle conclusioni e l’appello del Presidente di Federmanager Perugia, Francesco Paradisi, riguarda dunque il rischio di un circolo vizioso: “Un territorio incapace di attrarre investimenti perde i propri giovani e i profili ad alta specializzazione, diventando progressivamente meno attrattivo e indebolendo anche il sistema dei servizi e della formazione”. Rimarcando come il futuro delle filiere industriali richieda una chiara visione d’insieme, l’auspicio di Federmanager Perugia è quindi “l’apertura immediata di un tavolo di confronto permanente tra le varie rappresentanze territoriali degli operatori con le istituzioni territoriali con responsabilità regolatorie e di pianificazione, affinché l’Umbria si attrezzi tempestivamente per intercettare i nuovi flussi produttivi prima che vengano dirottati verso altre regioni”.
I contributi tecnico-scientifici. Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali di Francesco Paradisi, Presidente di Federmanager Perugia, e di Valerio Cao, vicepresidente di Adaci Toscana e Umbria, insieme al benvenuto di Beatrice Baldaccini, Chief People & Brand Officer e vicepresidente del Cda di Umbragroup. I lavori sono subito entrati nel vivo con il caso aziendale presentato da Sara Ortolani, CEO HSE e Integrated Supply Chain Director, come modello di evoluzione organizzativa.
Il programma si è poi articolato in moduli specialistici, a partire da “Trasporti e intermodalità”, condotto dal dott. Luca Bianchina Amministratore Delegato della Fratelli Ferretti di Perugia, azienda storica che opera nel settore dei trasporti internazionali, della logistica e delle spedizioni doganali da oltre settanta anni, che ha focalizzato il suo intervento sull’importanza sempre maggiore delle infrastrutture, portuali e aeroportuali, viarie, piattaforme logistiche e digitali in un contesto in cui la Supply Chain sta evolvendo da sistemi di trasporto multimodale a sistemi di trasporto intermodale. Nel nuovo contesto diventa sempre più strategica la gestione centralizzata delle informazioni relative alla movimentazione delle merci, in modo da garantire maggiore efficienza, flessibilità e sicurezza del trasporto, che necessita però di infrastrutture efficienti ed integrate nel territorio. Si è poi passati al focus su “Supply Chain Risk Management”, dedicato alle coperture finanziarie, alla gestione del rischio e alla continuità operativa a fronte di shock energetici o geopolitici, approfondito dal professor Loris Nadotti, ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università degli Studi di Perugia; infine, il centro dell’attenzione si è sposato sul tema “Dazi e dogane”, incentrato sull’impatto dei nuovi equilibri normativi e del commercio internazionale sulla competitività delle imprese. Su queste ultime tematiche, due interventi hanno visto la partecipazione degli esperti della Agenzia delle Dogane e Monopoli. Il Direttore della ADM Umbria, ing. Benedetto Tavoni, ha evidenziato il filo conduttore del convegno nella parola trasformazione e, riallacciandosi al concetto di rischio doganale, ha illustrato dapprima l’evoluzione delle barriere doganali, in particolare non tariffarie, e quindi evidenziato i principi fondamentali della Riforma del Codice doganale dell’UE approvata proprio lo scorso mese di settembre. Nel sottolineare l’importanza di saper calcolare in anticipo il Total Landed Cost – ossia il costo totale del prodotto sdoganato a terra, integrando variabili geopolitiche, dazi e costi di conformità ambientale prima ancora di firmare un contratto di fornitura – è stato posto risalto all’opportunità per le aziende affidabili che condivideranno i dati di filiera in tempo reale con le autorità doganali, di ottenere lo svincolo automatico delle merci e l’eliminazione quasi totale dei controlli fisici e burocratici alla frontiera. “È auspicabile dunque, per manager e professionisti, un salto culturale per superare l’approccio della logistica operativa con quello della strategia industriale” ha concluso Tavoni. A seguire, la relazione della dottoressa Angela Bruno, dell’Ufficio tecnico della Direzione ADM di Toscana e Umbria: “Le barriere doganali, dazi e misure non tariffarie, sono uno strumento di strategia politica ed economica, soprattutto nel momento attuale di tensioni geopolitiche. Conoscere e governare le barriere doganali nel quadro delle strategie aziendali vuol dire anzitutto assumerle come elementi fondamentali del contesto. Integrare le tematiche doganali nella supply chain è imprescindibile per ottenere un meccanismo efficiente che utilizza gli strumenti più adatti, trasforma gli obblighi in occasioni di consapevolezza e azzera il cosiddetto rischio doganale”.

