Todi

Castello Petroro, arrestato per truffa e riciclaggio “arcivescovo” Max | Sequestrati 72 milioni

Clamorosa svolta nella vicenda del Castello di Petroro, l’abbazia ortodossa di san Martino, fondata nel 2016 da “Max di Montecristo of Strichen, XVII Barone di Strichen” (al secolo Massimiliano Muzzi), di cui Tuttoggi.info si è ampiamente occupato nelle ultime settimane.

E’ in corso infatti in queste ore il sequestro preventivo per beni per un valore complessivo di 72 milioni di euro da parte della Guardia di finanza di Roma (Nucleo speciale di polizia valutaria) nell’ambito di un inchiesta, denominata “Mediterraneo”, che ha portato all’arresto proprio di Muzzi ed alla denuncia di 9 persone, tra cui sua moglie. Tutti devono rispondere delle accuse di associazione a delinquere finalizzata all’abusivismo finanziario, ostacolo alle autorità di vigilanza, truffa, riciclaggio ed autoriciclaggio.


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Oltre all’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Muzzi, organista e maestro di musica romano ma praticamente umbro di adozione vista la sua attività a Todi, il gip del Tribunale di Roma, su richiesta della locale procura della Repubblica, ha disposto il sequestro preventivo per beni per un totale di 72 milioni di euro nei confronti di 5 persone. Sono tutt’ora in corso perquisizioni nelle province di Roma, Arezzo e Perugia (nel territorio comunale di Todi nello specifico).

Le indagini traggono le mosse da un’attività ispettiva svolta nel 2014 dalla Consob, in collaborazione con la Guardia di finanza, nei confronti di alcuni promotori finanziari che offrivano investimenti gestiti dall’impresa inglese Lux Finance Ltd, risultata essere riconducibile ad un professionista di origini romane. Dalle prime verifiche erano subito emerse numerose incongruenze sull’attività dei promotori e sulla effettiva destinazione degli investimenti, soprattutto in riferimento ai reiterati tentativi del responsabile di sottrarsi alle richieste di informazioni della stessa Consob sull’effettiva attività esercitata dal medesimo.

A seguito di successivi approfondimenti, conseguenti al radicamento di un procedimento penale coordinato dalla Procura della Repubblica di Roma, il Nucleo speciale di polizia valutaria ha accertato, in capo alla figura del professionista, la presenza di una solida organizzazione criminale che, avvalendosi della sua ampia rete di promotori, – secondo l’ipotesi accusatoria – avrebbe in realtà posto in essere una frode di rilevanti dimensioni: grazie allo schermo offertogli dalla società inglese e utilizzando l’operato dei suoi collaboratori, sarebbe riuscito a raccogliere, presso una folta platea di risparmiatori, una considerevole mole di risorse finanziarie, con la promessa di destinarle ad investimenti molto redditizi nel comparto mobiliare.

Il principale indagato, Massimiliano Muzzi, sarebbe così riuscito a drenare dai risparmiatori decine di milioni di euro fatti confluire – in molti casi anche contro la volontà dei titolari – su due fondi di diritto estero – denominati Pegasus Royal e Pegasus Gold – e poi accreditati su conti correnti accesi presso la Investec Bank delle Isole Mauritius riconducibili sempre a Mezzi. Le indagini, infatti, avrebbero permesso di appurare come i due fondi fossero del tutto fittizi e creati ad arte dal capo dell’organizzazione. Come dimostrato dalle svariate denunce raccolte dai clienti, questi ultimi si sono nel tempo trovati nell’impossibilità di recuperare i loro investimenti. La prosecuzione degli approfondimenti investigativi avrebbe infine confermato come in verità il professionista avesse distratto di volta in volta, tutte le somme raccolte dai fondi per poi reimpiegarle, almeno in parte, in attività economiche riconducibili a lui ed ai suoi prestanomi.

In particolare, i proventi illeciti sarebbero stati utilizzati per finanziare numerose attività imprenditoriali da lui gestite, quali una grossa azienda agricola in provincia di Arezzo ed un’associazione teatrale con sede in un’antica Abbazia vicino Todi. Il Castello di Petroro, appunto, sulla cui gestione Tuttoggi.info ha di recente pubblicato alcuni articoli.

Proprio a Petroro, ricorda la Guardia di finanza, il musicista romano ora ristretto a Regina Coeli, aveva fondato di recente una sua congrega religiosa di cui si era auto proclamato arcivescovo sotto il nome di Max of Strichen. Secondo gli inquirenti, però, “tale nominativo, giustificato a suo dire da presunte ascendenze nobiliari inglesi, è stato peraltro utilizzato anche al fine di nascondere la reale riconducibilità a lui stesso di alcune società estere con cui aveva schermato i proventi illeciti”. La comunità, di cui risulta principale esponente, ha sede presso la stessa Abbazia, da lui presa in locazione dall’Etab: è qui che egli, alla presenza dei suoi adepti, celebra periodicamente cerimonie religiose. Cosa che di recente aveva provocato la reazione anche del vescovo di Orvieto – Todi, monsignor Tuzia.

Il complesso degli elementi raccolti, quindi, ha portato gli inquirenti alla denuncia, per i reati di associazione a delinquere finalizzata all’abusivismo finanziario, ostacolo alle Autorità di Vigilanza, truffa, riciclaggio ed autoriciclaggio, di 9 persone appartenenti all’organizzazione; solo Muzzi e sua moglie, però, hanno a che fare con Petroro, mentre gli altri sarebbero estranei alle vicende tuderti.


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