Umbria Jazz, il tenero Wayne Shorter regala una raffinata suite al Santa Giuliana

Umbria Jazz, il tenero Wayne Shorter regala una raffinata suite al Santa Giuliana

Concerto indimenticabile del grande sassofonista con il suo quartetto e l’Orchestra da Camera di Perugia

Per qualche motivo insondabile, per non dire strano, per molti artisti americani l’universo, lo spazio, la fantascienza e lo spiritualismo di genere sono stati argomenti di grande fascino e attrazione. Più forse nel rock e nel pop (Madonna e la Cabala, Santana e i suoi santini infilati anche nel cappello e poi Elvis Presley o Jim Morrison etc.) che nel jazz dove magari aveva più seguito la fede di tipo religioso.
Tuttavia ci sono stati casi emblematici di amore sviscerato per il mondo alieno in genere. Uno su tutti il mai dimenticato Sun Ra, grande jazzista, totalmente imbevuto di spazio, mondi alieni ed extraterrestri tant’è che affermava di essere una sorta di angelo e di provenire direttamente da Saturno. Ne fece una filosofia di vita, fondò una sua comunità in cui la musica aveva il ruolo principale. La sua band ovviamente si chiamava Arkestra, manco a dirlo, un gruppone che sfiorava anche i 40 elementi tutti vestiti da antichi egizi.

Ma c’è modo e modo di amare certi argomenti. Un signore di nome Wayne Shorter, grande appassionato di fantascienza, ma sopratutto uno dei più grandi jazzisti viventi e ancora attivo sui palcoscenici del mondo, ha pensato di “onorare” la sua passione componendo una suite per quartetto e orchestra in 3 movimenti. Detto così sembra una cosa per addetti ai lavori, ma in realtà quello andato in scena ieri sera ad Umbria Jazz 2017, Arena Santa Giuliana, è stato uno degli spettacoli più raffinati e più belli di queste ultime edizioni di UJ.

Che qualcosa di speciale bollisse in pentola lo si era capito dal maggior afflusso di macchine al parcheggio di piazza Partigiani e dal numero cospicuo di persone che ciondolavano in attesa nel back stage. Attovagliati al ristorante, come non accadeva dall’inizio della “non-kermesse” come dice il presidentissimo Renzo Arbore, c’era anche la politica del bel tempo che fu, Maria Rita Lorenzetti, Wladimiro Boccali, il Vice presidente della Fondazione di UJ, Stefano Mazzoni con altri maggiorenti e per una breve comparsata, come si conviene ai veri divi, anche patron Carlo Pagnotta.

Ed è proprio Pagnotta il metro dell’importanza della serata. Lo si capisce dalla sua presenza e da quante volte attraversa lo spazio che intercorre tra i camerini degli artisti e il ristorante al back stage. Ovviamente con falcate da centometrista e con la consueta sciarpa o bianca o gialla al collo. Ci sarebbe anche da considerare la lunghezza della scialletta, ma su questo le opinioni divergono. Ieri per la cronaca era gialla e lunga bel oltre le pudenda, ergo occasione specialissima.

Wayne Shorter,

ha 83 anni e suona da seduto a causa di qualche acciacco da qualche anno, il che per un sassofonista non è proprio il massimo per via della respirazione necessaria. Ma non c’è concerto di questi ultimi anni, in cui non abbia mai lasciato almeno una “zampata” da vecchio leone, Di quei graffi profondi come quando era il leader con Joe Zawinul dei Weathereport ed i suoi assoli erano frasi intere di un discorso mai interrotto con gli amanti del genere. Sapevi sempre da che parte venivano e in che lingua venivano pronunciate, ma ogni volta si riempivano di nuovi contenuti.
Vedere Shorter sul palcoscenico è dunque riprendere quella chiacchierata per scoprire cosa c’è di nuovo, senza nessuna autocelebrazione e lasciando uno spazio enorme a chi gli sta intorno. Il nuovo di ieri sera si chiama Emanon (No Name scritto al contrario, lavoro non ancora pubblicato in cd ndr.) ed è la dichiarazione di amore per un genere di passione da parte di un uomo dalle grandi virtù, dal grande talento e dalla stupefacente capacità compositiva.
La serata si è aperta con quello che potremmo definire il primo movimento non scritto della suite, ovvero l’esibizione di Shorter con il suo quartetto, Danilo Perez al piano, John Patitucci al contrabbasso e Brian Blade alla batteria. Un gruppo di musicisti di elevatissimo profilo. Chi scrive ha un rispetto incondizionato, musicalmente parlando, per John Patitucci, visto più volte dal vivo quando era parte del quartetto acustico e poi anche elettrico di Chick Corea. Un contrabassista dal vigore sproporzionato.
E così già dalla prima parte del concerto di ieri sera era intuibile quel famoso discorso da riprendere. Qua e la echi di sonorità che hanno fatto tornare alla mente brani come Five Short Stories in Tale Spinnin dei Weather report (CLICCA QUI), forse il genere di composizione più vicino allo Shorter contemporaneo e considerando che l’album dei WR è del 1975.
Il che non mette in discussione l’originalità del lavoro dello Shorter del 2017.

EMANON

Tutto si trasforma, ma anche si ricrea, nel momento in cui entra in scena all’Arena l‘Orchestra da Camera di Perugia, rinforzata per l’occasione, e diretta da Clark Rundell.

Tre i movimenti della suite, Pegasus, Prometheus Unbound, The Three Marias. E qui l’unica cosa da dire in più è solo, peccato per chi non c’era. In platea poco più di 1800 paganti ma alla fine circa 2000 persone nell’Arena hanno potuto godere di una affascinante partitura, che pur avendo un tono molto alto e di ensemble (pochi concertati come si direbbe nella lirica), rari pianissimo nei movimenti e rari interventi del quartetto, alla fine ha lasciato incollati alle sedie tutti senza possibilità di scampo.

Per gli amanti delle spigolature il primo movimento, Pegasus, aveva delle inconfondibili assonanze strutturali con le insuperate suite di Frank Zappa eseguite dalla London Symphony Orchestra e dirette da Kent Nagano.

(CLICCA QUI PER ASCOLTARE “SAD JANE” di Zappa).

Dunque un lavoro straordinario, ed un evento vero e proprio. La dimostrazione che il Jazz non è a corto di idee ma che nella tradizione compositiva, anche di tipo orchestrale, può trovare una nuova linfa vivificante come lo fu anche per il grande Frank Zappa. Uscire dallo stereotipo e dimostrare che la musica è davvero un linguaggio senza confine. Ovviamente non ci sentirete mai parlare in questo senso di contaminazioni, perlomeno non nel senso che UJ a volte ha voluto ammannire per il pubblico.
Le contaminazioni posso essere pericolose e gli antibiotici li prendiamo solo se necessari.
Il tenero Wayne Shorter dall’alto dei suoi 83 anni ha dunque offerto un concerto al pubblico di UJ di quel genere per cui si serba un ricordo indelebile.
Una Orchestra da Camera di Perugia all’altezza della situazione in una partitura sicuramente non semplice. L’unico cosa su cui forse va fatta una riflessione, non una critica sia chiaro, è l’amplificazione. Si poteva forse trovare il modo di far sentire meglio ogni sezione orchestrale che in alcuni passaggi sono risultate troppo anonime e impastate con tutto l’ensemble, mentre invece meritavano un dettaglio maggiore per la loro bellezza.
L’esecuzione dal vivo ha pregi e difetti come sempre, e a questo punto non resta che aspettare la pubblicazione in cd di Emanon per godere di un dettaglio da studio che non lascerà nessuno insensibile.
Che scriver altro, chapeau a tutti e nulla più.

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Foto: Tuttoggi.info (Carlo Vantaggioli)