Umbria, dal CNA “più risorse con la fusione di 86 Comuni. Cala la spesa pubblica”

Umbria, dal CNA “più risorse con la fusione di 86 Comuni. Cala la spesa pubblica”

Fuori dall’accorpamento Perugia, Terni, Gubbio, Castiglione del Lago, Spoleto e San Giustino | Lo studio

Meno Comuni e più risorse per l’Umbria. E’ quanto emerge da uno studio effettuato da Cna Umbria e Centro studi Sintesi, illustrato durante la conferenza stampa di ieri, alla quale hanno preso parte anche i sindaci di Todi, Carlo Rossini, di Giano dell’Umbria, Marcello Bioli, e di Gualdo Cattaneo, Andrea Pensi. Nello studio sono state individuate 24 possibili fusioni tra 86 comuni, che permetterebbero di passare dagli attuali 92 a soli 30 municipi. Sono inoltre soltanto 6 i Comuni che resterebbero fuori dall’accorpamento, ossia quelli più grandi e dunque: Perugia, Terni, Gubbio, Castiglione del Lago e Spoleto e, per ragioni diverse, San Giustino.

Un mucchio di risorse, dunque. In un solo anno, calcola lo studio, le fusioni consentirebbe di recuperare oltre la metà dei trasferimenti agli enti locali tagliati nel periodo 2010-2016. Secondo l’analisi, a ricevere uno stop sarebbe così la spesa pro capite pubblica per amministrazione, dato che quest’ultima tra comuni con meno di 500 abitanti o con più di 250mila sarebbe praticamente la stessa. La spesa media per investimenti effettuata dai Comuni umbri nel 2015 ammonta a 243 euro per abitante. Il valore più elevato si riscontra nella fascia intermedia (5-10mila ab.) con 635 euro pro capite.

Lo studio segue inoltre la ratio in base alla quale in Umbria la metà dei Comuni ha meno di 3.000 abitanti. Quasi due Comuni su tre (65% del totale) hanno meno di 5.000 abitanti. Il 60% degli Umbri vive nei 10 Comuni con popolazione superiore a 20.000 abitanti. I Comuni con meno di 3.000 abitanti inoltre occupano il 25% della superficie regionale (implicazioni su controllo, salvaguardia e pianificazione del territorio).

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“Dalla fusione dei Comuni dell’Umbria, nei prossimi 10 anni potrebbero arrivare risorse ingenti sul territorio, che potrebbero essere utilizzate per ridurre la pressione fiscale e aumentare gli investimenti pubblici – afferma Roberto Giannangeli direttore di Cna Umbria -. La conferma arriva dalla nostra indagine che, dati alla mano, ha ipotizzato una serie di accorpamenti e calcolato ciò che ne deriverebbe in termini economici, non solo grazie agli incentivi previsti dalla legge per i Comuni coinvolti, ma anche dai risparmi che si realizzerebbero dalla riduzione della spesa pubblica. E il risultato è davvero impressionante”.

“Nei Comuni interessati – sostiene Giannangeli – la legge prevede che arrivino, per i dieci anni successivi alla fusione, ben 82 euro pro-capite all’anno. Mediamente parliamo di un incremento dei trasferimenti da 1,5 a 2 milioni all’anno per dieci anni. Risorse che, sempre in media, potrebbero consentire di abbattere del 12% la pressione fiscale o incrementare del 26% gli investimenti pubblici nel territorio. In tal modo si potrebbero recuperare in un solo anno oltre la metà dei trasferimenti ai comuni tagliati nel periodo 2010-2016. Nel decidere di realizzare questo studio siamo partiti da una necessità ben precisa: individuare risorse finanziarie necessarie a far ripartire l’economia locale. Per farlo siamo convinti che una delle priorità da affrontare sia quella di sanare il forte deficit infrastrutturale della nostra regione, deficit che rende più difficile la ripresa economica dell’Umbria rispetto ad altri territori. Inoltre, già da tempo ci siamo resi conto che se non riparte il settore delle costruzioni, non ripartono i consumi locali e quindi non c’è ripresa economica. Abbiamo anche tenuto conto dell’obbligo imposto dal Governo ai piccoli Comuni di andare, entro la fine del 2017, verso la gestione associata di tutte le funzioni fondamentali. Il nostro lavoro è solo una proposta per facilitare l’apertura di una riflessione a livello regionale. Si parla tanto di rendere l’Umbria più bella, più facilmente raggiungibile e più attrattiva – prosegue Giannangeli – ma servono risorse finanziarie per poterlo fare e la fusione dei Comuni è un modo per poterle trovare”.

I criteri adottati per ipotizzare le fusioni sono stati i processi di fusione in corso, la continuità territoriale, la morfologia del territorio, l’articolazione dei distretti sanitari e dei sistemi locali di lavoro. “Dallo studio – ha sostenuto Alberto Cestari, del centro studi Sintesi, nell’illustrare il lavoro – risulta che: i piccoli Comuni hanno costi fissi maggiori e alte diseconomie di scala, con un aumento costante delle spese correnti. Quelli con meno di 5mila abitanti sono 60 e il tasso di anzianità della popolazione è più alto che in città: il 28% di popolazione ultra 65enne contro una media regionale del 25%. Per tutti questi motivi il Governo ha obbligato i municipi più piccoli a passare ad una gestione associata delle funzioni entro la fine del 2017 tramite convenzioni, oppure dando vita alle unioni o alle fusioni dei Comuni stessi. In realtà le unioni avrebbero lo svantaggio di portare alla costituzione di un ulteriore ente rispetto a quelli già esistenti, mentre le fusioni porterebbero alla loro riduzione e agli incentivi conseguenti”.

In sintesi entro la fine di quest’anno i piccoli Comuni dovranno obbligatoriamente gestire in maniera associata tutte le funzioni fondamentali. In Umbria i Comuni con meno di 5.000 abitanti sono 60 (65%); valgono il 14% della popolazione e il 39% della superficie territoriale. Rispetto al 2010 i Comuni dell’Umbria hanno perso il 53% dei trasferimenti statali e hanno ridotto del 22% la spesa per investimenti. La legge nazionale prevede un importante incentivo finanziario a favore delle fusioni tra Comuni (50% dei trasferimenti statali 2010 per 10 anni). Le aggregazioni comunali, e in prospettiva le fusioni, possono rappresentare una soluzione per fronteggiare la riduzione di risorse dei Comuni e incentivare lo sviluppo economico locale. Con la fusione, le 24 aggregazioni comunali ipotizzate beneficerebbero di 82 euro procapite all’anno: sono risorse che consentirebbero di abbattere del 12% la pressione fiscale locale o incrementare del 26% gli investimenti comunali.

“Oggi – ha proseguito Roberto Giannangeli – gli imprenditori si stanno impegnando nel portare avanti processi di innovazione delle loro attività, ma tutto ciò non basta. Per tornare a crescere è necessaria una forte riduzione delle tasse ed un incremento degli investimenti pubblici. La fusione tra Comuni deve essere vista in questa prospettiva, cercando di superare il campanilismo identitario, la divisione tra le forze politiche e l’avversione di coloro che occupano posizioni organizzative negli enti locali. È indubbio che dalle fusioni ne trarrebbe un grande vantaggio tutta la popolazione dei Comuni interessati, che non sempre viene messa a conoscenza dei risvolti positivi che si potrebbero raggiungere unendosi ad altri. Siamo convinti che, alla lunga, quello della fusione tra i comuni sia un processo inevitabile. E allora tanto vale farlo ora che ci sono gli incentivi piuttosto che in futuro, quando saremo obbligati e senza averne alcun beneficio economico diretto. Se non lo faremo – conclude il direttore di Cna Umbria – a rimetterci sarà soprattutto la popolazione locale, a cominciare dalle fasce più deboli: i giovani, i disoccupati, gli anziani e i piccoli imprenditori”.

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