A Spoleto60 va in scena l’attualità dell’Oedipus Rex del Vakhtangov Theatre

A Spoleto60 va in scena l’attualità dell’Oedipus Rex del Vakhtangov Theatre

Protagonista la regia contemporanea di Rimas Tuminas | Il fascino della lingua russa e del macchinismo teatrale

Quando Rimas Tuminas, regista “feticcio” del Vakhtangov State Academic Theatre of Russia, nella penultima conferenza stampa del Festival di Spoleto ha accennato al suo rapporto con Putin ed al suo ruolo di artista lituano in un paese dove le piccole nazionalità come la sua vengono guardate con diffidenza e sospetto da parte della “grande madre Russia”, è stato chiaro che un simile contesto avrebbe pesato moltissimo sulla regia dell’Oedipus Rex messo in scena al Teatro Romano.

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Non poteva essere diversamente, mentre si affronta una delle tragedie più note di Sofocle e dove la scoperta del proprio “io” è il vero dramma, molto più della storia che poi vede protagonisti a Tebe, Edipo, Creonte, Tiresia, Giocasta etc.

Rimas Tuminas è un personaggio carismatico che nella sua dimensione fisica ma sopratutto nello sguardo, ha la fierezza di un Edipo nel momento della scelta di aprire gli occhi su se stesso, chiudendoli per sempre alla vista del mondo con il gesto autopunitivo dell’accecamento. Una scelta radicale che per il regista russo ha significato dire in conferenza stampa che la sua esperienza al Vakhtangov dopo 10 anni si è conclusa, per ricominciare invece a Vilnius dove si metterà a capo del locale teatro per una nuova avventura artistica.
Con questa premessa, assistere all’Oedipus Rex del regista lituano al Romano si trasforma in una operazione empatica non disgiunta, inevitabilmente, dai riferimenti di attualità nella vita e nella società russa. La pestilenza assume una nuova dimensione psicoligica del “contagio”, di violenza erga omnes (come nel caso della violazione della libertà di stampa).

Il Coro, che nella versione di Tuminas recita in greco, è un gruppo di comuni cittadini di una qualsiasi comunità sociale del paese (la Russia), mentre Edipo ha l’aspetto e la recitazione cadenzata quasi a denti stretti di un mafiosetto locale, con tanto di candido vestito con panciotto, e munito di una collana da pappone, un vero Pimp all’americana.

Creonte è forse il personaggio più stereotipato, una sorta di camerlengo dai modi equivoci, avvezzo all’intrigo di palazzo e dotato di uno straordinario potere di mistificazione. Una caratterizzazione che anche in questo caso ha chiari riferimenti alla quotidianità russa.
Giocasta invece diventa una elegante signora di una età indefinità (alle signore non si chiedono gli anni) che, materna e matrigna, culla nelle sue mani un parte del destino di Edipo, seppure insiste perchè lo stesso re non venga mai a sapere la verità sulla sua storia, la Grande Madre Russia.

Rimas Tuminas lo aveva detto, “Penso che questo sia il momento giusto per una tragedia di Sofocle, il momento per me di realizzare uno spettacolo che tratti di valori così importanti quali la virtù e l’onore. Voglio raccontare la storia di un leader, di un uomo così forte da scegliere di espiare i propri peccati, di accettare la punizione di vivere in esilio e in povertà fino alla fine della propria esistenza. Edipo punisce se stesso per il suo crimine. Nella realtà di oggi, è difficile immaginare che possa esistere qualcuno come lui. La maggior parte degli uomini di potere, dei leader, non riconoscono affatto le proprie colpe. A loro tutto è permesso, tutto è concesso. È davvero il tempo di ricordare della virtù e dell’onore.”

Nella messa in scena vista a Spoleto, imperante sul palcoscenico del Romano, una macchina (macchinismo) teatrale dal fascino estremo. Un enorme tubo, dal sapore postindustriale, rotolante, pieno di feritoie dove i personaggi si aggrappano per rotolare essi stessi, apparire in scena o uscire dalla stessa o dalle cui aperture sbuffa a tratti un fumo biancastro quasi il tubo diventasse umano e insofferente. Ma anche metafora della morte, della sua diuturna incombenza e della circolarità della vita, come nella legge fisica “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Come più volte detto nelle varie anticipazioni, l’opera è stata tutta recitata in lingua russa e solo nel caso del Coro si è mantenuta la versione in greco. Una sfida importante quella del Festival che quest’anno ha avuto gioie e dolori con le lingua straniere. Male nel caso dei Cinesi nell’opera di Dario Fo, e sicuramente meglio nel caso del Vakhtangov, di cui si ricorda l’ottimo successo dello scorso anno con un Eugene Onegin dal fascino insuperabile. (CLICCA QUI).

Disgraziata e francamente inspiegabile, o almeno in parte, la scelta di proiettare i sottotitoli al vertice dell’abside della chiesa di S.Agata, come noto, messa di spalle al Romano. La proiezione è finita sulle pietre del monumento, su una superficie irregolare che ha letteralmente spezzettato il testo rendendo l’impresa di leggere e osservare l’opera a dir poco ardua, oltre la distanza e l’altezza a cui si proiettava.

Per fortuna, come abbiamo segnalato anche lo scorso anno, la lingua russa è un valore aggiunto nella recitazione a teatro e mai un limite. La capacità evocativa del suono di questa lingua può, nel caso di buona conoscenza del testo di Sofocle, consentire di osservare l’opera anche senza sottotitoli. La regia di Tuminas non è mai ossessiva e non si mescola recitazione a movimento di scena e musica in modo tale che, se ci si deve aggiungere anche la lettura dei sottotitoli, il tutto diventa peggio di un apnea senza bombole. C’è modo dunque di poter godere di ogni singolo passo senza dannarsi l’anima.
Motivo per cui i magnifici protagonisti del Vakhtangov sono stati applauditi lungamente dai circa 600 spettatori del Teatro Romano, in una serata in cui a Piazza Duomo contemporaneamente danzava Roberto Bolle davanti a oltre 2500 spettatori.
Questa è la dimensione del Festival di Spoleto quest’anno e di tutto ciò che gli ruota intorno. Tutto il resto, sono solo blackout neuronali, e per i quali occorre correre dal medico.

Di seguito i protagonisti dell’Oedipus Rex:

Victor Dobronravov Edipo
Liudmila Maksakova Giocasta
Evgeny Knyazev Tiresia
Eldar Tramov Creonte
Evgeny Kosyrev Sacerdote
Vitalys Semenovs Corifeo
Valery Ushakov Nunzio da Corinto
Artur Ivanov Pastore tebano
Maxim Sevrinovskiy Nunzio dalla casa di Edipo
Ekaterina Simonova Donna dalla casa di Edipo
Pavel Yudin Soldato
Yuriy Tsokurov Ragazzo
coro Ilya Algaer, Panagiotis Athanasopoulos, Thanasis Vlavianos, Giorgos Gallos, Dimitris Georgiadis, Kostas Korakis, David Magaldadze, Sokratis Patsikas Giorgos Stamos, Leonardos, Kheyfets-Batis, Spiros Tsekuras, Fedor Vorontsov, Eugeny Pilugin, Aleksandr Galochkin, Yannis Zafeiropoulos
bambini Tatiana Polosina, Maria Rival

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Foto: Fondazione Festival