Spoleto59, successo per il debutto de Il Casellante di Andrea Camilleri con Moni Ovadia

Spoleto59, successo per il debutto de Il Casellante di Andrea Camilleri con Moni Ovadia

Al San Nicolò Teatro, storie di fascismo, barbieri, corna e buoni sentimenti nella Vigata degli anni ’40

Ha debuttato al San Nicolò Teatro Il Casellante, riduzione teatrale dell’omonimo racconto di Andrea Camilleri, con la regia di Giuseppe Dipasquale e protagonista Moni Ovadia. Il lavoro è frutto della collaborazione tra il Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano e il Comune di Caltanissetta. Per il debutto ufficiale della piece era presente a Spoleto anche il sindaco della città siciliana, Giovanni Ruvolo. Prima dell’apertura di sipario, Ruvolo, il sindaco di Spoleto, Fabrizio Cardarelli, Dipasquale, Giorgio Ferrara e lo stesso Moni Ovadia, hanno spiegato agli spettatori che hanno gremito il teatro, l’importanza della collaborazione tra le istituzioni primarie sul territorio, come i comuni, e chi produce seriamente cultura, intesa come fatti o eventi che possono arricchire un territorio ed i suoi abitanti.
Il testo di Camilleri, già dopo le prime battute in scena, inizia ad avere un ritmo riconoscibilissimo e l’uso del dialetto siciliano, seppure molto mitigato rispetto alla lingua originale, fa subito volare il pensiero alla famosa serie televisiva del Commissario Montalbano. Anche se l’associazione tra le due cose potrebbe avere in se il germe della eccessiva facilità, tuttavia bisogna riconoscere che quel progetto televisivo ha consentito un approccio decisamente diverso con i piccoli microcosmi isolani al punto da rendere la mitica Vigata come il cortile di casa nostra. Ed è proprio tra Vigata e Castelvetrano che si svolge la storia de Il Casellante, in un periodo storico che è immerso nel fascismo sino agli stivali.
Racconta il programma di sala:
Il Casellante è, fra i racconti di Camilleri, uno dei più struggentemente divertenti del ciclo cosiddetto mitologico. Secondo a Maruzza Musumeci e prima de Il Sonaglio, questo racconto ambientato nella Sicilia di Camilleri, terra di contraddizioni e paradossi, narra la vicenda di una metamorfosi.
Ma questa Sicilia è la Vigàta di Camilleri che diventa ogni volta metafora di un modo di essere e ragionare le cose di Sicilia.
Dopo il successo ottenuto dalle trasposizioni per il teatro de Il birraio di PrestonLa concessione del telefono, che insieme a La Cattura, Troppu trafficu ppi nenti, La Signora Leuca, Cannibardo e la Sicilia costituiscono la drammaturgia degli ultimi anni,  l’autore del romanzo e il regista dell’opera tornano nuovamente insieme per riproporre al pubblico teatrale nazionale una nuova avventura dai racconti camilleriani.
Una vicenda affogata nel mondo mitologico di Camilleri, che vive di personaggi reali, trasfigurati nella sua grande fantasia di narratore. Una vicenda emblematica che disegna i tratti di una Sicilia arcaica e moderna, comica e tragica, ferocemente logica e paradossale ad un tempo. Il Casellante è il racconto delle trasformazioni del dolore della maternità negata e della guerra, ma è anche il racconto in musica divertito e irridente del periodo fascista nella Sicilia degli anni Quaranta.
Il carattere affascinante di questo progetto, posto essenzialmente sulla novità del testo e della sua possibile realizzazione, si sposa tutt’uno con la possibilità di ricercare strade sempre nuove e diverse per la drammaturgia contemporanea.
La parola, ed il giuoco che con essa e di essa è possibile intraprendere, fa di questo testo un oggetto naturale da essere iniziato e elaborato all’interno di un’alchimia teatrale vitale e creativa.
Altro aspetto è quello della lingua di Camilleri. Una lingua personale, originalissima, che calca e ricalca, in una divertita e teatralissima sinfonia di parlate una meravigliosa sicilitudine linguistica, fatta di neologismi, di sintassi travestita, di modi d’uso linguistico mutuati dal dialetto che esaltano la recitazione di possibili attori pensati a prestare i panni al mondo dei personaggi camilleriani.
Determinante il cast degli attori-musicisti presenti al San Nicolò. In testa Moni Ovadia, ormai testimonianza vivente della cultura Yiddish e del Teatro musicale. Da sempre impegnato in politica, Ovadia diventa mattatore nella storia di Camilleri, passando con grande fluidità attraverso i molti caratteri previsti in scena, inclusa una opulenta mammana dai seni improbabili. Una scena esilarante, come anche quella della serenata La Crapa avi li corna, in cui l’arcaismo di cui si parla nel programma di sala ha diretta rappresentazione. Con Ovadia un gruppo di musicisti-attori, di grande bravura: Antonio Vasta, Antonio Putzu, Mario Incudine, autore delle musiche di scena, e la intensa Valeria Contadino nella parte di Minica. In scena anche gli attori, Sergio Seminara e Giampaolo Romania.
Poche battute di inizio e si è già catapultati in un luogo nevralgico della vita “altrui” in una località come Vigata: la bottega di barbiere del paese. Intorno a questa e al suo animatore, il barbiere demiurgo-Moni Ovadia, si dipana una storia agrodolce condita di musiche, gag, serenate sulle corna di paese, drammi personali (lo stupro di Minica e la perdita del figlio che ha in grembo) e canzoni del fascio ridotte in mazurca di periferia.

Una piece gradevole, costruita perfettamente da Giuseppe Dipasquale e molto partecipata dal pubblico di Spoleto59, che al termine tributerà lunghi applausi.

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Foto: Tuttoggi.info (Carlo Vantaggioli)