Province, il ‘purgatorio’ dei Servizi per l’impiego | Rsu in assemblea

Province, il ‘purgatorio’ dei Servizi per l’impiego | Rsu in assemblea

Contratti in scadenza e rimpalli da Ministero e Regioni | Dal referendum del 4 dicembre al “vuoto legislativo”

Un “purgatorio“: così i dipendenti dei Servizi per l’impiego e Politiche per il Lavoro definiscono la loro posizione lavorativa. In Umbria sono 176, tra la Provincia di Perugia e quella di Terni, tra lavoratori a tempo determinato (in 46) e indeterminato (in 130), ad attendere una stabilizzazione o di sapere quale sarà il loro futuro. Per i precari, infatti, il contratto scadrà a dicembre 2017, mentre per chi è ormai stabilizzato l’incognita sta nel fatto che non è ancora chiaro che fine faranno i Servizi per l’impiego.

Dopo il caso della polizia provinciale, dunque, e dopo l’assorbimento da parte della Regione Umbria della maggior parte dei dipendenti delle province, la partita sull’impiego della totalità dei dipendenti degli attuali Enti di Area Vasta non è dunque ancora chiusa. Difficile dire se la situazione sarebbe cambiata se il referendum del 4 dicembre fosse passato: si attendeva di fatto una centralizzazione del servizio, attraverso una convenzione ministeriale. Ma tra fondi da stanziare, crisi politica e incertezza nell’attribuzione delle competenze, il purgatorio dei dipendenti stenta a diventare un paradiso.

Dall’assemblea ai 5 decreti Madia – Una situazione, quella dei Servizi per l’impiego, che ormai si protrae da tempo: tanto che Cgil, Cisl e Uilfpl insieme alla Rsu della Provincia di Perugia hanno convocato per domani, venerdì 24 febbraio, dalle ore 11.00 alle ore 14.00, nella Sala Partecipazione della Regione Umbria di Palazzo Cesaroni, a Perugia, un’assemblea sindacale dei dipendenti, in convenzione con la Regione Umbria presso i Servizi per l’Impiego e le Politiche del Lavoro, per un esame delle questioni aperte relative alla situazione del personale e dei servizi e per la definizione delle necessarie iniziative sindacali.

Un’assemblea che arriva proprio il giorno dopo dall’ok ai 5 decreti del Ministro Marianna Madia sulla riforma della Pubblica Amministrazione e del pubblico impiego. Ingredienti della riforma sono il superamento degli “organici” attuali e del precariato, grazie ad un piano straordinario di assunzioni per chi ha maturato almeno tre anni di servizio anche non continuativo e allo stop alle co.co.co.

Tornando in Umbria, dei 176 dipendenti, 130 hanno un contratto a tempo indeterminato, mentre i restanti 46 sono precari ormai da tempo. Anche oltre, ci dicono dalle Rsu, i 3 anni consentiti per legge, oltre i quali un lavoratore dovrebbe essere assorbito con un contratto regolare. Ancora in termini numerici, i dipendenti dei Servizi per l’impiego di Perugia e Terni trattano 140mila dichiarazioni di immediata disponibilità al lavoro l’anno, e dunque nella sola Umbria circa 1.000 pratiche a testa. E se si pensa che non tutti sono addetti al front office, dunque non si occupano direttamente di accettare le pratiche di persone disoccupate o in cerca di altra occupazione, il calcolo sale. A loro sono in carico le pratiche per tirocini, per Garanzia Giovani e per tutto ciò che ruota attorno alle politiche di inserimento lavorativo, che hanno regalato all’Umbria, in base ad alcune statistiche, un primato tra le prime regioni d’Italia per efficienza.

Al momento, il sostentamento dei centri per l’impiego regionale è previsto grazie allo stanziamento di fondi ministeriali e regionali: l’ultima tranche ha previsto, su base nazionale, 220 milioni, di cui due terzi in capo al ministero e il resto alle Regioni. Fondi ministeriali che le stesse Regioni hanno chiesto di rivedere per portare la somma totale a 400 milioni e che tuttavia hanno subito una significativa battuta d’arresto a seguito dei tagli alla legge di stabilità del 2015. A pesare nel computo sono infatti non solo gli stipendi dei dipendenti, ma anche i costi delle strutture, che dunque affaticherebbero la gestione finanziaria.

A ‘gestire’ i Servizi per l’impiego in Umbria, è stato mandato dalla Regione un dirigente, incaricato fino al 31 dicembre di quest’anno. La Regione Umbria, che intanto è al lavoro per la stesura di una legge sulle politiche attive, afferma di non poter assorbire altri lavoratori se dal Ministero non arrivano gli stanziamenti economici necessari. Una posizione, va detto, che non riguarda la sola Umbria, ma resta un problema di caratura nazionale. Ma i lavoratori, per voce delle Rsu, ribadiscono: “è necessario che le Regioni, insieme al Ministero, chiariscano la questione in merito alle competenze”.

L’Anpal – A coordinare i servizi dovrebbe infatti pensarci l’Anpal, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, istituita con il decreto legislativo del 14 settembre 2015. Si legge anche sul sito dell’Agenzia: “per l’attuazione delle nuove politiche attive del lavoro l’Anpal realizza il sistema informativo unitario delle politiche del lavoro, in cooperazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, le Regioni e le Province autonome, l’Inps e l’Isfol.  Le informazioni confluite nel sistema informativo unitario rappresenteranno la base per la formazione del fascicolo elettronico del lavoratore, liberamente accessibile da parte degli interessati. Il sistema informativo e il fascicolo elettronico del lavoratore mirano ad una migliore gestione del mercato del lavoro e del monitoraggio delle prestazioni erogate. Tutte le informazioni contenute nel Sistema informativo sono messe a disposizione delle Regioni”.

E c’è poi la critica per il concorso bandito dalla Regione Umbria per 34 posti per impiegato di categoria C a tempo indeterminato. La metà di questi posti è riservata a precari, sia della Regione stessa, che di altri Enti. “Siamo felici per i precari della Regione. Ma anche noi abbiamo sostenuto diversi concorsi, con tre prove scritte, e senza che invece venissero calcolati i titoli, né considerati gli anni lavoratovi. Solo quelli, essendo a volte più di tre, sarebbero bastati a farci assorbire”.

La politica – Dalle Rsu, inoltre, confermano la piena disponibilità che le parti politiche hanno dimostrato di fronte al problema. “Un fatto – ci dice Christian Biagini della Cgil – che il presidente Mismetti si è ritrovato a dover gestire. Il precariato viene da lontano, ma nonostante questo, il rapporto con le parti politiche è sempre stato cordiale e di collaborazione. Anche quando non ci sono state versate in busta paga le indennità accessorie a seguito dei tagli alle province. E anche quando, alla fine dell’anno, aspettavamo il rinnovo del contratto. Tanto che per tanti di noi, Natale ha spesso rappresentato ansia e incertezza sul futuro”. Una situazione che dunque rischia di ripetersi, con i contratti precari in scadenza al dicembre 2017 e con il futuro dei Centri per l’impiego ancora incerto per il 2018.

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