Macerata Opera Festival, trionfa la Turandot di Ricci-Forte il duo “non-dissacrante”

Macerata Opera Festival, trionfa la Turandot di Ricci-Forte il duo “non-dissacrante”

Dopo i successi al Festival di Spoleto con Troilo Vs Cressida, nuova superba regia, nella lirica, del duo di culto del teatro italiano

Seguire da cronisti girovaghi il duo “birbantesco” del teatro italiano, Stefano Ricci e Gianni Forte, in arte Ricci-Forte nei loro profluvi di regia è diventato ormai una sorta di dipendenza cerebrale, onirismo allo stato puro, dove appunto la coscienza vigile non ha nulla a che fare.

In verità tutti possono vedere “di tutto” nei lavori dell’acclamata coppia di registi, tanto è annullato il senso comune delle cose che invece viene rimasticato secondo i piaceri (lo pensiamo noi ovviamente) che sono alla base della formazione culturale dei due, che farebbero volentieri a meno della responsabilità legata alla grandezza di ciò che “toccano”.

Non erano appena passate 24 ore dal grande successo del loro lavoro teatrale Troilo Vs Cressida al Festival di Spoleto (CLICCA QUI) in luglio, che già i due erano sul palcoscenico dello Sferisterio di Macerata per costruire la Turandot, in programma per la 53^ edizione del Macerata Opera Festival

Non nuovi alla regia lirica, (si ricorda ancora con estremo picere il successo di Christmas Eve, melologo composto da Andrea Cera, scritto e messo in scena per la Stagione del Lirico Sperimentale di Spoleto del 2015-CLICCA QUI), Ricci-Forte individuano senza colpo ferire la caratteristica portante dell’opera di Puccini, la modernità, e la sviluppano secondo un linguaggio che i due parlano sin dai primi vagiti.

Sarà una nostra personale impressione ma se avessero potuto, Ricci-Forte avrebbero anche messo mano volentieri al libretto dell’opera per scovare qualche anfratto lessicale da riproporre in chiave contemporanea, con la medesima intenzione peraltro che animava lo stesso Puccini quando scrivendo a Renato Simoni, autore con Giuseppe Adami del libretto, chiedeva, “…una Turandot attraverso il cervello moderno, il tuo, d’Adami e il mio”.

Tutto questo, è bene chiarirlo una volta per tutte non è dissacrazione (non siamo d’accordo infatti con i testi dello stesso Macerata Opera Festival che definisce i due dissacranti) ne sensazionalismo da palcoscenico per “colpire” un pubblico paludato o in dolce torpore da amore infinito per Puccini. Non ci troviamo cioè in un contesto letterale del re-citare, infinitamente odiato da Carmelo Bene, dove magari, come nel caso di una recente Traviata, Alfredo e Violetta copulano coram populo.

Siamo di fronte invece, come abbiamo anche assistito a Spoleto, ad una riscrittura di scena che non abbandona mai l’intenzione originale dell’opera, ma ne parla al pubblico con una contemporaneità per immagini e senza invasione nella partitura musicale.
La scena è volutamente evocativa, accenna, appare povera e senza motivo, ma d’improvviso vive perchè animata dagli attori o i cantanti o i componenti del coro che diventano scenografia essi stessi.
Un gruppo di mimi, presente in scena sin dall’ingresso del pubblico allo Sferisterio,  è il braccio armato di un protagonista occulto che non è più Turandot, la regina di ghiaccio fondamentalmente cattiva, ma un demiurgo invisibile che tutto sovraintende (gli stessi Ricci-Forte?), si muovono incessantemente sul palcoscenico, gestiscono, muovono, spostano, sparano come “l’alito brulicante della vita”, direbbe il poeta Dino Campana.

Ma poichè siamo nel freddo animico, ci si deve predisporre per sentire quel gelo della principessa, “…nella tua fredda stanza” canta Calaf nella celebre aria del Nessun dorma.
Un orso polare diventa un destriero da cavalcare al pari del carro della Regina di ghiaccio trainato dagli orsi nel film Le cronache di Narnia. La Pechino dove scorrazza una simile reggente non può che immaginarsi come una sorta di Hoth, il pianeta ghiacciato di Star Wars e i mimi per resistere alle variazioni di temperatura indossano tute termiche con cappucci integrali bordati di pelliccia, muniti di occhiali da sci e anfibi come nel film di Lucas.

Il palazzo imperiale non è certamente il trionfo di incerte cineserie architettoniche, non c’è ombra di draghi ne di fiamme. Ma ci troviamo in una asettica stanza-laboratorio dove per l’incipiente senso di precarietà dovuto al gelo si coltivano piante in serra e si conservano automi senzienti alla Blade Runner che prenderanno vita al bisogno, come accade a LiùTimur. In verità l’impressione che abbiamo avuta è che la stanza somigli molto ad una di quelle serre illegali per la coltivazione di canapa indiana, vista anche le evidente presenza di lampadone irradianti. Ma tutte le chiavi di lettura sono ammesse.
Il coro indossa costumi anni ’40-’50 e tutti sulle tonalità del verde. Un popolo clorofilliano, frutto degli esperimenti del laboratorio pechinese della principessa Turandot.
Il piccolo principe persiano che nel primo atto viene giustiziato dalla crudele principessa per non aver risposto correttamente al gioco dei tre enigmi, si tramuta per la logica della modernità in un insensato omicidio di massa di piccoli innocenti in grembiulino e fiocco, giustiziati a colpi di pistola.

Pare che alla prima rappresentazione dell’opera in Macerata un abate marchigiano, o forse maceratese, al compiersi dell’omicidio di massa abbia gridato a gran forza davanti a tutti “vergogna”, forse pensando con questo che ci si possa emendare anche solo psicologicamente, dagli omicidi contemporanei di tanti piccoli e innocenti “principi persiani” che non vedranno mai più il loro regno. Che dire degli abati di tal fatta? Non sapremmo proprio, non essendo adusi alla sacrestie e ai turibuli.

E quando i dignitari di corte Ping, Pong e Pang nel secondo atto prendono coscienza di vivere in un laboratorio per esperimenti, canteranno la loro famosa aria Olà Pang! Olà Pong! vestiti come i clown nostalgici e tristi di Fellini, che fanno sempre divertire la corte ma pensano ai bei tempi andati, “Ho una casa nell’Honan con il suo laghetto blu, tutto cinto di bambù…”.

E la stessa Liù, appena scongelata dal laboratorio e finalmente in piena umana coscienza, nel terzo atto, pur di difendere il nome di Calaf decide per la morte senza ripensamenti. Ma anche qui la vera responsabile della nefandezza, Turandot, dovrà sbrigarsela da sola a revolverate, se vuole proseguire nella sua trasformazione da fumetto a genio del male. Niente più pugnalata suicida e assolutoria per mano della stessa Liù a sbrogliare le faccende del regno di ghiaccio, ma un assassinio con tanto di pistola gettata lontano da se come un consumato killer.

Impagabile la trasformazione finale di Turandot che abbandona il giallo imperiale per una palandrana grigia e con Calaf, ormai disvelato come Amore per tutti, fugge lontana in una scena alla Dottor Zivago. In ogni caso sempre di paesaggi ghiacciati si tratta. D’altra parte il libretto parla chiaro al suo inizio, “A Pechino al tempo delle favole”.

Alla fine sarà chiaro a tutti chi è il vero demiurgo di questo ambaradan. La musica.
La più bella e matura, probabilmente, scritta da Giacomo Puccini. Immenso il passaggio musicale della processione per Liù morta “ombra dolente non farci del male, ombra sdegnosa perdona, perdona”, l’ultimo scritto da Puccini in persona prima della sua prematura morte.

Come è noto l’opera, su spinta di Arturo Toscanini e di Antonio figlio di Giacomo Puccini fu completata da un finale scritto da Franco Alfano a cui seguì nel 2001 un nuovo finale scritto da Luciano Berio, sicuramente il migliore dei due.

Solo la musica può essere la giusta chiave di lettura per qualsiasi messa in scena. E in questo lavoro di Ricci -Forte mai per un solo momento la musica è stata al servizio di qualcosa o qualcuno. Tutto nasce e si ricrea intorno alla partitura.
E in questo il duo dei registi pseudo-dissacranti non potrebbe essere più tradizionale di così, quasi bacchettoni, quando nel finale, al coro munito di lampade da esploratore come novelli Diogene, mentre cantano a tutta voce “Luce del mondo è amore!…E’ Amor!”,   fa esporre dei cartelli con su scritto “chi ha paura muore ogni giorno”.
E infatti, come nelle migliori favole, vissero tutti felici e contenti.

Nel cast,

buon debutto nella parte di Turandot per France Dariz, che ha preso il posto di Iréne Theorin, purtroppo infortunata per un banale incidente.

Nella parte di Liù una vecchia conoscenza ed una amica del Festival di Spoleto, Davinia Rodriguez già protagonista nelle Nozze di Figaro e nel Don Giovanni, festivalieri.

Robusta la presenza e la voce di Rudy Park-Calaf. Un pò sottotono Ping, Pang e Pong, rispettivamente, Andrea Porta, Gregory Bonfatti e Marcello Nardis.

Nella parte tutti gli altri, Timur-Alessandro Spina, L’Imperatore Altoum-Stefano Pisani e un Mandarino-Nicola Ebau

Ottima l’Orchestra regionale delle Marche ed il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” ed il Coro di voci bianche Pueri Cantores “D. Zamberletti” diretti dal M° Pier Giorgio Morandi a tratti prudente ma decisamente pucciniano.

Riproduzione riservata

Foto: Ufficio Stampa Macerata Opera Festival

 

 

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