Imprese, famiglie, territori: l’Umbria si spacca in due

Imprese, famiglie, territori: l’Umbria si spacca in due

L’analisi di Bankitalia: chi arretra e chi avanza. Lavoro, le figure richieste. Le prospettiva per il 2018

C’è una regione sempre più divisa in due nel centro (non solo geografico) dell’Italia. Dove chi resta indietro scivola al sud e chi “corre” cerca di restare agganciato al più dinamico nord. Questa la fotografia che emerge nel rapporto statistico sull’economia umbra presentato dalla Banca d’Italia.

Una fotografia che disegna l’Umbria, nel complesso, in chiaroscuro, con il Pil ancora positivo ma in rallentamento (+1,1% nel 2017 a fronte di una media nazionale dell’1,5%); una dinamica degli investimenti che dopo un biennio in forte crescita segna all’inizio di quest’anno una battuta d’arresto; un’occupazione stabile, dove prevale il lavoro dipendente a tempo determinato; il credito che migliora in qualità e nelle erogazioni complessive, ma con il permanere di una forte selezione operata dalle banche.

Soldi a… chi può restituirli

E proprio l’andamento dei prestiti, che nel complesso è aumentato nell’ultimo anno del 2,5%, mostra come in Umbria ci siano sempre più imprese e famiglie figlie di un Dio minore. Per quanto riguarda le imprese, infatti, al dato complessivo del +1,4% concorrono la crescita circoscritta alle imprese di maggiori dimensioni: si passa in un anno dall’1,3 al 2,7%, portando così il divario con le piccole al 5,3%, un’enormità rispetto allo spread dell’1,1% registrato mediamente in Italia. Allo stesso tempo, aumenta il divario con le aziende considerate meno rischiose, che si riflette anche sui tassi applicati. Tra i settori, il sistema finanziario dà ancora fiducia al manifatturiero (in particolare ai comparti dell’alimentare, della meccanica e dell’abbigliamento) ed ai servizi, mentre prosegue la fuga dalle costruzioni, a cui non basta evidentemente neanche la prospettiva della ricostruzione post sisma.

Famiglie pessimiste

Nel 2017 è anche scesa di oltre 5 punti percentuali la quota di famiglie umbre che ritengono di disporre di adeguate risorse rispetto alle proprie esigenze (al 56%), mentre è aumentata di 4 punti (42%) la percentuale di coloro che segnalano difficoltà; un pessimismo percepito nonostante – come rileva Prometeia – il reddito medio disponibile sia rimasto invariato. Certo, un pessimismo in parte giustificato se si pensa che nel resto d’Italia, invece, il reddito medio delle famiglie è aumentato.

La ripresa divide

A dividere l’Umbria in due, più della crisi, è la ripresa. Le imprese piccole si allontanano da quelle medio-grandi, con una maggiore produttività e rivolte ai mercati esteri. Il Ternano scivola più a sud rispetto al Perugino, perdendo quasi un terzo degli addetti negli ultimi quindici anni; il salvagente attraverso il quale tentare di risalire sulla barca è dato dagli investimenti (600 milioni di euro, attraverso un moltiplicatore sui 58 milioni di finanziamenti pubblici) prospettati attraverso lo strumento dell’area di crisi complessa.
Ed anche le retribuzioni si polarizzano, a vantaggio dei più anziani di età: la quota percepita da coloro che hanno almeno 45 anni è salita progressivamente dal 43,4 al 48,1%.
Inevitabilmente cresce anche la disuguaglianza tra la popolazione: l’indice di Gini, che appunto registra l’andamento con un punteggio che va da 0 (perfetta uguaglianza) a 1 (disuguaglianza massima), è passato da 0,28 a 0,31, avvicinandosi alla media nazionale, più negativa, di 0,33. Secondo l’indagine sulle spese delle famiglie, nel 2016 la quota dei nuclei con un livello di consumi inferiore allo standard minimo accettabile si attesta in Umbria al 10,9%, in crescita rispetto al biennio precedente e molto al di sopra della media nazionale (6,3%).

Lavoro: le figure richieste

L’occupazione regionale è stabile (+0,2% a fronte di una media nazionale di +1,2%), con una flessione del lavoro autonomo ed un incremento di quello dipendente, ma a tempo determinato, dopo la fine degli incentivi per le assunzioni stabili. L’unico settore in cui crescono gli occupato in Umbria è però quello dei servizi diversi da commercio e turismo. Calano i nuovi assunti under 34, mentre aumentano tra i più esperti. Nella regione dei laureati (15,4% contro il 13,6% della media nazionale) le imprese cercano operai specializzati: o i giovani si adeguano ed accettano un lavoro inferiore al loro titolo di studio, oppure restano a casa ad osservare il diploma di laurea appeso al muro.

Le prospettive future

Il futuro per le imprese e le famiglie umbre si caratterizza per una maggiore incertezza. E non è solo una questione di percezione. Il calo degli investimenti e della spesa pubblica, unitamente ad una diminuzione delle previsioni di fatturato per una parte consistente (il 29% del totale delle imprese), una produttività ancora inferiore alla media nazionale ed un lento utilizzo dei fondi strutturali europei, sono dei preoccupanti campanelli d’allarme.

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