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lunedì 21 maggio 2012 - 20:34

Cronaca - Spoleto,

STUDENTI "IO NON HO PAURA": OCCUPATE SCUOLE DI MEZZA ITALIA. A FOLIGNO E SPOLETO LEZIONI REGOLARI. FRANCESCHINI (PD) “NON TORCETE UN SOLO CAPELLO AI RAGAZZI”

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STUDENTI "IO NON HO PAURA": OCCUPATE SCUOLE DI MEZZA ITALIA. A FOLIGNO E SPOLETO LEZIONI REGOLARI. FRANCESCHINI (PD) “NON TORCETE UN SOLO CAPELLO AI RAGAZZI”

Rettori dicono no ad ingresso Polizia. Aggiornamenti (Commenta)

"Blocchiamo tutto e ad ogni portone affiggiamo la scritta 'Io non ho paura'"". Scatta l'applauso per Giorgio Sestili. Gli studenti si stanno organizzando, manifestaizoni, cortei e occupazioni stanno crescendo di ora in ora in tutta Italia. Traffico bloccato da sit-in improvvisati a Roma, Trieste e Milano. Assemblee e cortei non ci contano più con gli studenti che si organizzano, sfilano, fanno lezione all'aperto. La frase di Sestili è già diventato lo slogan dei ragazzi, delle medie come dell'università. L'appello lo ha lanciato poco fa al termine di un discorso tenuto alla Sapienza, dove Sestili studia i corso di Fisica. Intanto i Rettori dicono chiaramente che non vogliono la polizia nelle Università.  (modificato alle 12.20)

 

 

Sono iniziate da oggi, come annunciato nei giorni scorsi dalla Rete degli Studenti, le occupazioni delle scuole superiori di tutta Italia. Da Lucca a Genova, da Imperia a Milano, da Roma a Napoli. La situazione è particolarmente movimentata a Roma dove sono stati occupati alcuni Licei come lo storico classico Tasso o il periferico scientifico Malpighi. Decisamente più tranquilla la situazione in Umbria. A Spoleto e Foligno  le lezioni si stanno svolgendo regolarmente in tutti gli istituti superiori. Intanto questa mattina il ministro Maroni, incontrando la stampa a Trieste, ha annunciato per le 17 del pomeriggio un incontro al Vicinale per stabilire le modalità per l agestione dell’ordine pubblico relativa alle occupazioni di scuole e università. In linea quindi con l’annuncio del premier Berlusconi che, all’indomani delle proteste, aveva annunciato il ricorso alle forze dell’ordine. Dichiarazioni che hanno creato un vespaio nell’opposizione. La presa di posizione più dura è quella di Franceschini “e' incomprensibile che un presidente del Consiglio, dopo manifestazioni pacifiche e serene, dica 'mando la Polizia'. E’ una provocazione. Mi rivolgo agli studenti affinché tutto avvenga in modo civile, non violento e trasparente. Evitate ogni violenza''. Poi il secondo appello a Maroni: “che agli studenti non venga torto un capello'” (Pubblicato alle 11.31)

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Commenti

1) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 12:02 da Michael

Se anche Napolitano è a favore della riforma dicendo che i tagli sono necessari e che la scuola deve avere il coraggio di cambiare allora questa deve essere una riforma oggettivamente giusta e che viene contestata solo da chi è ideologizzato (studenti) e sindacalizzato (professori). Il fatto che poi non esiste una università italiana tra le prime 150 del mondo dimostra che c'è ben poco da difendere visto che come sono organizzate ora le università non si va da nessuna parte. E' il momento di cambiare. Non si tagliano i fondi all'università, si tagliano i corsi seguiti da 3 o 4 studenti per riempire le tasche a qualche professore. Non si taglia il diritto all'istruzione, ma si tagliano fondi ai baroni dei prof che si contornano di ricercatori per fare favori a figli, nipoti, amici di amici ecc. Le università in più potranno prendere anche i fondi dai privati (cosa che avviene in tutta europa e nelle università cattoliche) in questo modo secondo me avranno molti più soldi (e opportunità) di adesso. La ricerca in Europa avanza grazie agli aiuti dei privati alle università, in Italia la ricerca è bloccata: con le fondazioni universitarie gli stessi privati avranno interesse a far fare ricerche alle università.

2) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 12:19 da Anti

tagliassero gli stipendi ai politici! OCCUPATE TUTTO!!!!!!!!

3) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 12:34 da Papà

Studiate e non fateci stare in pensiero

4) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 13:39 da Marco

Sciopero e okupazione. Forza ragazzi. Foligno forever

5) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 13:40 da Clelia

Damoje sotto. Se non facciamo sentire la nostra voce è finita

6) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 13:41 da Riccardo

Semo del Tasso, i più forti. Ma che fate a Spoleto e Foligno, dormite?

7) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 13:58 da silvia

Se la riforma è giusta o meno, un capo di stato non può minacciare attraverso la repressione e l'intervento della polizia! Sembra di avere un governo di stampo sud americano anni '60! E' la prima volta che una riforma scolastica suscita le reazioni contemporanee di studenti e docenti, quindi lo stato si deve preparare ad affrontarla, ma se permettete senza violenza...o è questa la democrazia e la libertà che promette il Berlusca?

8) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 15:00 da ex

èèè, non ci stanno più gli studenti di una volta... noi iniziavamo ad occupare con lo sciopero del primo ottobre e finivamo a natale :)

9) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 15:43 da Marco

Non conosce la lingua italiana: il ministro Gelmini, leggendo il suo intervento, accusa l'opposizione di aver dimenticato il Libro bianco «scritto sotto l'egìda... del governo Prodi». La Gelmini corregge subito l'accento sbagliato («l'egida...»)

10) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 15:52 da il tempo che fu

Non esistono più gli studenti di una volta..... Spoletì svejateve!!!!!!!

11) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 16:24 da Sarah

Ci siamo anche noi!..Anche qua in Sicilia tante scuole sono occupate..semplicemente non ci sente o non ci nota nessuno..dai L'unione fà la forza!

12) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 16:55 da Federico

Cara Silvia nn sapevo che Berlusconi fosse il capo dello Stato......Studia prima di aprire bocca. Io dico sl che se occupano qualcosa di pubblico è giusto ripristinare il tutto col manganello!

13) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 17:41 da iu

l'esercito nelle strade, la polizia nella scuola.... altro berlusco'??!!! si sentono più liberi quelli che stanno a Maiano!

14) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 18:02 da Michael

E' interessante vedere come chi è per le occupazioni non riesca a dare un minimo parere sul merito della riforma Gelmini (forse perchè non l'hanno mai letta). Comunque rispondo a "iu" che io preferisco vedere carabinieri ed esercito nelle strade che liberare più di 3000 delinquenti con l'indulto targato centrosinistra..

15) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 19:30 da angelino

io non sarei nè per i carabinieri nelle scuole, nè per liberare i delinquenti con indulti, ma per un pò di Cultura in più, una scuola che dia ragazzi "maturi" e consapevoli delle loro future scelte, una scuola che prepari ad essere concorrenziali sul mercato del lavoro rispetto ai coetanei europei, una scuola che non sia tra le ultime a livello qualitativo nell'Unione europea. Abbiamo tutti fatto occupazioni...negli anni 90 era una moda "la pantera". Quelle autogestioni e occupazioni erano piene di dibattitti e spesso si entrava nel merito dei provvedimenti che si volevano adottare...spero si faccia anche con il dl Gelmini. I carabinieri in assetto antisommossa lasciamoli altrove...

16) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 22:13 da Per Michael

L'indulto è stato votato da forzaitalia in toto perchè dovevano proteggere i condannati per corruzione, falso in bilancio, bancarotta ed evasione fiscale amici del Presidente. Tu sarai anche a favore del Lodo Alfano vero forzaitaliota? Vai a vedere i reality

17) inserito il 23 ottobre 2008 alle ore 22:40 da Sivors

Io sono favorevole alla riforma,poi è stato smentito l'intervento delle forze dell'ordine,ma se ci sono problemi giù a manganellate!!!!.Tanti studenti aderiscono alla riforma solamente per non fare lezione.La scuola Italiana va risanata!!.

18) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 07:54 da silvia

Sig. Federico lei ha ragione, io non ho studiato, mi sarebbe piaciuto, ma non me lo sono mai potuto permettere perchè costava troppo. Ma quando lei dice di ripristinare il tutto con il manganello, la mia ignoranza intellettuale non è niente in confronto della sua ignoranza umana.

19) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 08:29 da Carlo

A questi signori piace l'esercito nelle strade e la risoluzione dei problemi con il manganello! Se vai in giro per il mondo questa situazione la trovi in Iraq e in Afganistan, dove ormai la democrazia occidentale è arrivata da un pezzo vero? Infatti si vede come vengono accolti gli eserciti della salvezza! Signora Silvia lei ha fatto bene ad evidenziare che ci sono tipi di ignoranze peggiori di quella culturale, la differenza è che alla sua potrà porre rimedio (anche se utilizzando una parola a posto di un'altra non vuol dire essere ignoranti), ma questi altri signori ci rimarranno a vita ignoranti! Prima di aprire bocca Signor Federico, prenda un manganello e se lo dia forte su un ginocchio, poi mi dica se è un mezzo giusto per far capire a degli studenti di non occupare una scuola! Non dia consigli didattici, impari prima di tutto a rispettare il prossimo, da li impari a rispettare la comunità e le idee degli altri! Se lei avesse studiato saprebbe che nella storia il manganello non ha avuto mai successo e quando è stato sfoderato è perche c'era in attu una rivolta contro un qualcosa che non andava!

20) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 09:22 da Mimmo

Se agli studenti diamo le bastonate perchè occupano le scuole allora cosa facciamo a quelli che vanno a fare casino allo stadio? A chi evade le tasse?...pubblica gogna? A chi ruba?...tagliamo le dita? Ha chi fa crollare l'economia che tra un po siamo tutti con il sedere per terra? A loro neanche uno scappellotto?

21) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 10:57 da Roberto

La riforma Gelmini dimostra quanto la destra italiana sia contraria alla cultura, perchè ha tutto l'interesse a mantenere ignorante il "popolo" per poi plagiarlo e incretinirlo con programmi televisivi demenziali, mentre va tutto a rotoli. Se passa questa rifirma, che taglia drasticamente i fondi scolastici per pure esigenze di cassa (ma perchè non si incrementa la lotta all'evasione fiscale ed alla vera confisca dei patrimoni dei mafiosi?),sarà un vero regalo all'istruzione privata (il Vaticano ringrazierà)e potrà seriamente acculturarsi solo chi lo potrà economicamente. Sarà la morte infine della ricerca scientifica e culturale pura, non legata agli interessi economici dei finanziatori. NO ALLA RIFORMA GELMINI!!

22) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 11:34 da emanuela

La riforma Gelmini contraria alla cultura?...direi piuttosto la riforma Gelmini,come tutto il governo di destra, contraria agli sprechi.La voce "scuola" costa a noi italiani, ogni anno, centinaia di migliaia di euro.Credo che sia arrivato il momento di fare un po' di economia, di ridurre i costi.Credo che questa cosa degli scioperi,degli universitari che impediscono lo svolgimento delle regolari lezioni e' pura e semplice strumentalizzazione.Ho visto nei giorni scorsi interviste agli studenti ai quali veniva chiesto il perche' dello sciopero, ce ne fosse stato uno che sapeva rispondere.Per carita' il diritto allo studio prima e il diritto a manifestare poi, sono sacrosanti ma non trovate che si stia esagenrando un po'?.Proviamo a riflettere un attimo:in italia ci sono qualcosa come circa 1400 bidelli e circa 1100 poliziotti.Qualcosa non torna,vero? E che dire poi in merito all'incremento di corsi universitari( e di conseguenza di professori) frequentati mediamente da 4/5 studenti?Vi siete chiesti chi paga?. Ridurre gli sprechi. E' questo l'obiettivo della legge Gelmini, ma come al solito, anziche' apprezzare lo sforzo di voler mogliorare una situazione pietosa , la sinistra strumentalizza e organizza gli scioperi e le manifestazioni..Chissa'...forse sperano con questo, di recuperare il distacco(abissale) nei confronti del centro destra.Indice di gradimento del governo Berlusconi al 79%...Ma di che parliamo?

23) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 13:03 da Antonio

La scuola costa? Le basi militari italiane all'estero per fare l'amiconi di Bush non costano? Le auto blu che hanno rimesso per ogni ministro non costano? Le camicie di ordinanza che il premier ha voluto per i ministri non costano? Gli aerei che decollano per un solo ministo non costano? Te lo sei chiesto chi paga? Anche il numero dei parlamentari a mio avviso è troppo alto, ma col cavolo che tolgono qualche poltrona, per non parlare dei privilegi che hanno! Non parliamo di sprechi che siamo l'unica nazione che paga un'altro stato per farci smaltire i rifiuti, sono decenni che acquistiamo energia dagli altri paesi, vendiamo le nostre imprese agli stranieri. Ci sono più bidelli che poliziotti? Anche in Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca ci sono più bidelli che poliziotti, è perchè hanno più scuole che caserme! Qui a Spoleto abbiamo una caserma e una scuola di polizia che sono praticamente vuote e c'è gente a fare la fila per una casa popolare! E' giusto togliere il superfluo, ma quel superfluo si deve reinvestire nellom stresso settore, in ambiti dove i soldi possono essere spesi con criterio. Si parla dei bambini e dei giovani che sono il futuro dell'Italia!!! Dovrebbe essere il primo investimento per una nazione,con questo investimento invece si vanno a tappare i buchi creati da chi dell'Italia non glie ne frega niente!

24) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 13:16 da Marco

Per Emanuela:indice di gradimento del governo Berlusconi al 79%? Forse è la percentuale degli elettori del centro destra che non ha mai letto un libro

25) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 14:12 da un ex di sinistra

caro Marco, voi di sinistra, quando non avete argomenti, cioè sempre, non fate altro che denigrare ..... ma lo vedete come ci ha ridotto la vs. mentalità ... oltre a leggere libri, ogni tanto esci di casa e fatti un giro, così forse ti svegli!!!

26) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 15:12 da Marco

Per l'ex di sinistra :soltanto una lettura ideologica di ciò che sta avvenendo può spingere ancora qualcuno a parlare di "disinformazione", di "terrorismo", di "studenti fannulloni" ed altre simili corbellerie. La realtà è che esiste una generazione di giovani pacifici, maturi e desiderosi di porre fine alla società dei nani e delle ballerine che ci è stata proposta per 20 anni dal tuo idolo. Svegliati tu , esci, vai a teatro o in biblioteca ogni tanto.

27) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 16:52 da emanuela

X Marco:..allora tu sei uno di quelli che ha permesso a Veltroni di comprare la casa a New York alla figlia coi diritti d'autore dei suoi libri!!!!Noi di destra,come ci definisci tu Marco, leggeremo pure pochi libri...Voi e' il caso che cominciate a leggere i volantini dei prezzi dei supermercati!!!...Quanto vi rode..Eppoi una cosa,te lo ricordi il comico di Zelig che diceva "fatti non p...tte..." be' i fatti dicono che non siete obiettivi:criticate solo perche' il governo e' di centro destra e basta.Il problema pero', e' che le critiche non sono nemmeno costruttive....Com'e' dura riconoscere di appartenere ad un partito ( o ad una coalizione)che ha combinato solo disastri e che non ha costruito niente di buono!!!

28) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 20:14 da silvia

X Emanuela: non che sia veltroniana, ma da quando in qua ricevere i diritti d'autore è un reato? che scandalo è? hai presente quanti villoni ha lo psiconano? ma lui se le è guadagnate con il duro lavoro, vero? aaaahh sì, ceeerto.... che ridere, andate dietro a tutto quello che vi fanno credere i "vostri" giornali, senza un minimo di spirito critico..

29) inserito il 24 ottobre 2008 alle ore 22:00 da io

Cavolo che discussione!!! Bravi ragazzi, avete tante idee diverse ma c'è la rabbia che vi unisce per lo stesso desiderio!!! Alleatevi che tanto o rossi o neri a loro di voi non importa niente! Litigate, tanto vi unisce il fatto che la mattina vi svegliate presto per andare a lavorare, fate attenzione ai prezzi quando fate la spesa, rinunciate a tante cose per mettere da parte qualcosa (se siete ricchi megli hè!!!) Qui non pesano più le idee politiche, pesa il fatto che abbiamo delle necessità e tanto bene queste ci accomunano...è di quello che i politici hanno paura, qualunque sia il loro partito. Sono anni che attuano lo scarica barile tra di loro ma siamo noi che dobbiamo puntare il dito contro tutti loro. Vi auguro a tutti una bellissima notte.

30) inserito il 25 ottobre 2008 alle ore 10:52 da angelino

vedo che nel merito del dl n.137 non ci entra nessuno!! qualcuno ha la bontà di spiegarmi in che modo questo decreto "legifera sull'università"?? in quale articolo?? o magari l'università viene più toccata da razionalizzazione di spesa del ministro Tremonti?? e poi...è giusto o no razionalizzare corsi di laurea con un solo iscritto?? o corsi con meno di 15 iscritti?? se questo decreto va contro le "baronie" universitarie ben venga.... Per i modi mi sono già espresso!! forse sarebbe meglio parlare e mediare tra le parte prima di fare riforme....ma questo si sa, è un male tutto italiano!! Entrate nel merito delle cose....altrimenti per chi ha un pò di dialettica in più basta un attimo screditare chi protesta...

31) inserito il 30 ottobre 2008 alle ore 18:39 da Roberto iti g.ferraris scampia (napoli)

Ragazzi noi qui a napoli stiamo ancora occupando e continueremo ad oltranza mi raccomando voi di spoleto e foligno occupate anche voi che noi stiamo lottando anche per voi.

32) inserito il 01 giugno 2010 alle ore 08:57 da G. d'Annunzio - La Marcia di Ronchi - 90 anni

LA CARTA DEL CARNARO NELLA RETROSPETTIVA STORICA E NELLA SUA ATTUALITA’ La marcia di Ronchi, e la lunga esperienza fiumana di Gabriele d’Annunzio e dei suoi Legionari, stanno per compiere 90 anni, ma conservano motivi di ampio interesse attuale sia sul piano storiografico sia su quello politico e giuridico. L’affermazione, in particolare, vale per la Carta del Carnaro, promulgata dal Comandante nel settembre 1920, ad un anno dalla “Santa Entrata” ed a meno di quattro mesi dal “Natale di Sangue” che avrebbe chiuso quella singolare esperienza in uno scontro fratricida, ma non avrebbe impedito, nel breve volgere di quattro anni, la fine dell’esperienza autonomista e l’unione di Fiume all’Italia. Un’interpretazione della Carta in chiave attuale è sempre utile e consente valutazioni di notevole interesse anche sul piano comparativo, che è giusto porre in evidenza. Del resto, la Costituzione fiumana del 1920 ebbe caratteri assai avanzati per il momento storico in cui vide la luce, non poche anticipazioni di istituti contemporanei, ed una struttura sociale di grande apertura verso conquiste, non soltanto giuridiche, largamente successive. 1.- Quadro di riferimento Nel 1920, l’Italia uscita dalla Grande Guerra aveva gravi problemi di ardua soluzione, a cominciare da quello di inserimento dei reduci nelle strutture economico-produttive del Paese, certamente prioritario sia sul piano umano e civile sia sullo stesso piano quantitativo, perché bisognava assicurare il futuro per oltre quattro milioni di uomini smilitarizzati, fra cui 150 mila ufficiali. Il governo di Francesco Saverio Nitti, travolto dalla crisi di Valona, doveva cedere il campo al quinto ministero Giolitti, insediatosi in giugno, mentre i bersaglieri rifiutavano la partenza per l’Albania e si ammutinavano ad Ancona. In aprile, il decreto Falcioni aveva adottato misure restrittive per l’assegnazione delle terre, cancellando parecchie promesse del periodo bellico ed accrescendo il malcontento del mondo contadino. Nell’industria, le tensioni erano diventate esplosive, culminando in una vertenza sindacale resa più drammatica dalla serrata delle aziende meccaniche, che ebbe luogo all’inizio di settembre e che si sarebbe risolta, dopo l’occupazione delle fabbriche, con un accordo ispirato da Giolitti (1), in cui si riconoscevano aumenti di rilievo e si introducevano istituti contrattualmente innovativi come l’indennità di licenziamento e la retribuzione delle ferie. In politica estera, col trattato fra Roma e Tirana stipulato in agosto l’Italia abbandonava l’Albania, fatta eccezione per l’isola di Saseno, e con quello di Rapallo del 12 novembre poneva le basi per una rapida soluzione del problema dannunziano, acquistando la sovranità sulle isole quarnerine di Cherso e Lussino, e in Dalmazia, soltanto su Zara e Lagosta, in deroga al Patto di Londra, mentre il resto della Dalmazia veniva trasferito alla Jugoslavia, e Fiume diventava città libera (2). Il Comandante, dopo la marcia del settembre 1919, a seguito della quale aveva preso possesso di Fiume “in nome dell’Italia”, si era convinto di dover attendere prima di spingere il suo gesto alle conseguenze istituzionalmente estreme: da una parte, perché le simpatie monarchiche di parecchi Legionari sconsigliavano l’evoluzione dell’esperienza adriatica in senso repubblicano, e dall’altra perché, dopo gli entusiasmi della prima ora, il mondo fiumano si era orientato a favore di una soluzione compromissoria idonea a garantire la continuità della vita civile ed economica. Ciò, senza dire che d’Annunzio aveva confidato nel supporto di Benito Mussolini e dei suoi Fasci di Combattimento, che sarebbe rimasto una vaga promessa (3). La Carta fu scritta nel primo trimestre del 1920 da Alceste de Ambris e riveduta dal Comandante, ma venne presentata al popolo fiumano soltanto il 30 agosto, ed all’esercito legionario qualche giorno più tardi, quale “extrema ratio” per far valere il buon diritto della Reggenza, che peraltro non ebbe riconoscimenti particolarmente significativi (4) sul piano politico, nè tanto meno su quello diplomatico. 2. Nel 1956, quando la Rivoluzione ungherese venne stroncata dai carri armati sovietici, Giovanni Sartori volle definirla “una sublime follia”, che rimase tale nonostante il grido di dolore che Nagy e Maleter lanciarono dai microfoni di Radio Budapest prima del rapido crollo. Considerazioni analoghe, a parte la straordinaria durata di sedici mesi, si potrebbero fare per la Reggenza, che dopo la proclamazione della sua Carta ebbe vita effimera, nonostante qualche episodio di grande visibilità come la visita di Guglielmo Marconi ed il concerto che il Maestro Toscanini diresse in novembre, fra grandi manifestazioni di entusiasmo. Fiume ospitava l’Italia del Piave e di Vittorio Veneto, come il Comandante ed i suoi collaboratori rilevarono più volte, ma i suoi appelli caddero nel vuoto, tanto a destra quanto a sinistra: a parte la pattuglia nazionalista, troppo limitata per poter esprimere un ruolo determinante, i fascisti considerarono l’azione dannunziana “troppo pericolosa” e preferirono “disinteressarsi del suo destino”, fino al punto da anteporgli “una sorta di accordo di fatto con Giolitti”, mentre la sinistra “classica” “aveva respinto il fiumanesimo e le altre forze sovversive erano troppo deboli e divise tra loro per poter tentare alcunché” (5). 2.- Diritti fondamentali La prima parte della Carta, in chiaro stile dannunziano, enuncia una premessa di forte rilevanza deontologica, richiamandosi alla delibera con cui il Consiglio Nazionale di Fiume aveva proclamato già dal 30 ottobre 1918, a guerra non ancora conclusa, la sua “dedizione piena ed intera alla madre patria”. La “trista Italia” di Nitti e di Giolitti, avallata dalla “prepotenza straniera”, non ha accolto, tuttavia, il grido di dolore proveniente dal Carnaro, e Fiume diventa una sorta di “capitale morale” dell’Italia nuova, nell’intento di estendere a tutto il Paese i suoi ordinamenti, codificati nella costituzione di settembre, ed il diritto di “scegliersi il suo destino ed il suo compito”. In questo senso, la Carta è profondamente innovatrice, se non anche rivoluzionaria: la fedeltà alla patria comune è fuori discussione, ma la cesura giuridica non potrebbe essere più netta, perché con questo documento prende forma e vita uno Stato alternativo, politicamente e socialmente avanzato. Lo provano le enunciazioni dei diritti fondamentali, espresse nei primi quattordici articoli (6), dove si statuisce, anzi tutto, che il governo appartiene al popolo sovrano, “senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe e di religione”, e che garantisce tutte le libertà essenziali, con particolare riguardo a quelle di pensiero, stampa, riunione ed associazione. Nello stesso tempo, sono assicurati i diritti ad istruzione, educazione fisica, giusto salario, assistenza, previdenza, e congruo risarcimento dei danni derivanti da errori giudiziari. Poi, si statuisce che il porto e le altre infrastrutture di base appartengono al patrimonio inalienabile del demanio, e che la Banca Nazionale del Carnaro provvede, sotto la vigilanza della Reggenza, ai necessari adempimenti in tema di politica monetaria. Particolare rilievo assume la normativa costituzionale in materia di proprietà di cui all’art. 9, dove si afferma che tale diritto non è “il dominio assoluto della persona sopra la cosa”, bensì “la più utile delle funzioni sociali”. Ne consegue che il proprietario “infingardo” non può lasciare “inerte” il suo bene, né tanto meno disporne “malamente” ; e che soltanto il lavoro “è padrone della sostanza resa massimamente fruttuosa e massimamente profittevole all’economia generale”. L’apporto del sindacalismo rivoluzionario di Alceste de Ambris vi raggiunge livelli massimi di visibilità, condivisi pienamente dal Comandante, che era intervenuto direttamente nella stesura del documento con parecchi apporti di suo pugno. Il contributo dannunziano, oltre che nella premessa, assume specifica evidenza nello stesso enunciato dei fondamenti, ed in modo specifico nell’art. 14, dove si mette in chiaro che “la vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà, in modo da “inventare la propria virtù per ogni giorno ed offrire ai suoi fratelli un nuovo dono”, nel quadro di quel lavoro che è misura di tutte le cose ed “orna il mondo” (7). 3. Il progressismo della Carta apparve, per taluni aspetti, veramente rivoluzionario: non solo per l’affievolimento del diritto di proprietà, subordinato all’interesse generale (sia pure nell’affermazione di quello dei “produttori”, in antitesi ai proventi di rendite parassitarie), ma anche per il riconoscimento della perfetta uguaglianza femminile, anche in termini di elettorato attivo e passivo, che in Italia si sarebbe dovuto attendere per alcuni decenni. E’ il caso di aggiungere che l’emancipazione giuridica delle donne diventava totale, specularmente, con il loro obbligo di partecipare alla difesa dello Stato: un dovere di tutti cittadini maggiorenni. Il diritto all’assistenza ed alla previdenza, non disgiunto da quello ad una retribuzione equa e “bastevole a ben vivere”, costituiva un ulteriore salto di qualità: esistevano sin dal secolo precedente le Società di mutuo soccorso, con mezzi limitati rivenienti dall’apporto volontario dei rispettivi membri, ma l’ordinamento giuridico non aveva accolto pienamente il principio della solidarietà generale, che sarebbe stato recepito più tardi con l’istituzione dell’INPS e di altri Soggetti previdenziali (8), ed a cui non sarebbe stato estraneo, assieme alle esperienze di altri Paesi, l’assunto della Carta di Fiume. La forma istituzionale non fu oggetto di statuizioni specifiche, pur essendo implicita nell’articolato, al solo scopo di prevenire le possibili opposizioni monarchiche di cui si è detto: in effetti, come è stato riconosciuto dalla critica storica, la Reggenza fu una “Repubblica parlamentare decentralizzata” (9), e la sua Carta costituisce un documento che anticipava parecchie conquiste più avanzate, senza trascurare suggestive attenzioni formali di valenza extra-giuridica (10). 3.- Una Carta moderna L’attualità della costituzione di Fiume è ben lungi dall’essere superata, non solo perché “ribadisce il valore dell’azione suffragata dal pensiero” (11), ma nello stesso tempo, perché codifica, al di là dei diritti e doveri fondamentali, una serie di prescrizioni apparentemente minori, ma di alto valore etico-politico. Basti pensare alle norme rivolte a favorire la creazione di un “regno dello Spirito”, come quella che impone allo Stato di adottare i figli dei Caduti e di raccomandare alla “memoria delle generazioni” il costante omaggio alle Vittime dei fatti d’arme che hanno consentito alla Reggenza di vivere e prosperare; ovvero, di costruire un grande teatro, capace di ospitare almeno diecimila persone, da destinare a spettacoli gratuiti per l’affinamento culturale del popolo, inteso come strumento prioritario di progresso umano e civile. Nella Carta trovano spazio, precorrendo significativamente i tempi, vari istituti di indubbia attualità come il diritto d’iniziativa di legge popolare, riconosciuto ad almeno un quarto degli elettori, o come il principio di responsabilità civile e penale a carico dei pubblici ufficiali, magistrati compresi. Lo stesso dicasi per la “Corte della Ragione”, chiamata a dirimere le controversie fra i poteri dello Stato nell’esercizio di funzioni analoghe a quelle delle odierne Corti costituzionali; per il diritto di referendum abrogativo, ugualmente attribuito ad un quarto del corpo elettorale; e per quelli di petizione o di revocazione degli incarichi governativi (su richiesta della maggioranza assoluta di coloro che abbiano diritto al voto). Questi ultimi istituti risultano di naturale e più facile applicazione in una condizione di democrazia diretta, come avrebbe potuto essere quella della Reggenza di Fiume, anche alla luce delle sue dimensioni geografiche, e restano improntati alla precisa volontà di affermare il principio della sovranità popolare. La divisione dei poteri, base delle moderne democrazie, è oggetto di chiare statuizioni nelle attribuzioni di competenze legislative, esecutive e giudiziarie. Le prime sono affidate, rispettivamente, al Consiglio degli Ottimi ed a quello dei Provvisori, nonchè all’Arengo che li riunisce in seduta comune a cadenze annuali: in ogni caso, con l’obbligo funzionale di dibattiti improntati a “brevità concisa”, se non anche al “modo laconico”, in guisa da evitare le logomachie tipiche di certe esperienze parlamentari. Del resto, la Carta riserva ampie autonomie legislative anche ai Comuni, fino al punto di concedere la libertà di stipulare fra di loro trattati ed accordi operativi, previo parere della Reggenza ed eventuale giudizio davanti alla Corte della Ragione. 4. L’esecutivo è affidato a sette Rettori (Esteri, Finanze ed Istruzione, eletti dall’Arengo; Interni e Difesa, eletti dagli Ottimi; Economia e Lavoro, eletti dai Provvisori), con funzioni presidenziali di “primus inter pares” riconosciute al responsabile degli Esteri. E’ ovvio aggiungere che tutti i cittadini sono eleggibili ai predetti incarichi “ministeriali”, ma è bene precisare che si tratta di funzioni a tempo: i Rettori restano in carica per un anno, sono rieleggibili soltanto per un secondo mandato annuale, e possono essere revocati con applicazione dell’apposita procedura. Quanto al giudiziario, si articola in quattro ordini: i Buoni Uomini, eletti dal popolo, assimilabili agli attuali Giudici di pace, che sono preposti alle gestione delle controversie civili di minor valore; i Giudici del Lavoro, nominati dalle Corporazioni, che si occupano delle cause fra “salariati e datori d’opra”; i Giudici togati ed i Giudici del Maleficio, di competenze rispettivamente civili e penali , nominati dalla Corte della Ragione. In tutti i casi, è previsto il giudizio d’appello: le sentenze dei Buoni Uomini, da parte dei Giudici togati; quelle del Lavoro, dalle varie Sezioni riunite in unico Collegio giudicante; le altre, dalla Corte della Ragione, cui sono comunque riservati tutti i giudizi in materia di alto tradimento, di “attentati al diritto delle genti” e di “trasgressioni commesse dai partecipi dei poteri”. Attenzioni particolari sono dedicate alla difesa, cui sono chiamati tutti i cittadini fino all’età di 55 anni, fermo restando il diritto all’assistenza statale per i militari infermi e le loro famiglie; ed alla pubblica istruzione, tanto più importante, in quanto la cultura presiede alla vita dello Stato ed alla stessa predisposizione delle leggi. Suoi compiti prioritari sono la creazione “dell’uomo libero”, e quindi la “lotta senza tregua contro l’usurpatore incolto”, ma nella piena salvaguardia dei diritti individuali: sulle pareti delle scuole non debbono essere collocati emblemi di natura politica o religiosa, ed in ogni istituto è prevista l’operatività di un Consiglio scolastico preposto alla gestione delle questioni correnti. A livello superiore, l’istruzione universitaria viene affiancata da quella impartita nelle Scuole di Belle Arti e di Musica, quale “istituzione religiosa e sociale” di alto rilievo, tanto da prevedere l’istituzione in ogni Comune di corpi corali e strumentali, opportunamente sovvenzionati dalla Reggenza (12). Un ulteriore Organo cui la Carta conferisce ruoli funzionali importanti, non disgiunti dal perseguimento di scopi estetici, è il Collegio degli Edili, da scegliersi “fra gli uomini di gusto puro, di squisita perizia e di educazione novissima”. Si tratta una sorta di Consiglio dei Lavori Pubblici preposto alla gestione ottimale del patrimonio edilizio nello “spirito delle antiche libertà comunali” che si manifesta anche “nelle linee, nei rilievi e nelle connettiture delle pietre”; ma nello stesso tempo, avente lo scopo di provvedere all’allestimento “con sobria eleganza” delle “feste civiche di terra e di mare”, in cui il Comandante ravvisava uno strumento non meno significativo di comunicazione moderna e di soddisfazione popolare. 4.- Le Corporazioni L’istituto innovatore di maggiore importanza economica che sia stato codificato nella Carta è quello corporativo, ispirato anch’esso all’antica legislazione comunale, ma prima ancora all’idea di Stato come “volontà del popolo verso un sempre più alto grado di materiale e spirituale vigore” (art. 18): un obiettivo ambizioso anche nell’epoca della Reggenza, che presume una forte educazione delle coscienze, suffragata dalle norme in materia scolastica e da una concezione del lavoro rivoluzionaria, ma nello stesso tempo idealistica: soltanto chi produce la “ricchezza comune”, afferma il Comandante, può aspirare al ruolo di “compiuto cittadino della Repubblica”, a prescindere dalla specie del lavoro fornito, sia esso “di mano o d’ingegno”. In ogni caso, chi esercita un’attività deve essere obbligatoriamente iscritto ad una delle dieci Corporazioni, che “svolgono liberamente la loro energia e liberamente determinano gli obblighi mutui e le mutue provvidenze”. 5. Nella Corporazione, soggetto dotato di personalità giuridica riconosciuta dallo Stato (art. 20) si realizza la massima esperienza di democrazia diretta: ciascuna di esse ha capacità normativa nelle materie di propria competenza, anche in campo patrimoniale; promuove l’avanzamento tecnico e la tutela del lavoro; favorisce la formazione professionale ed il mutuo soccorso; determina provvidenze settoriali, organizza cerimonie, celebra i propri eroi. Il tutto, in un quadro di autonomia assai ampia, che si spinge sino alla facoltà di imposizione fiscale secondo criteri proporzionali. Le Corporazioni professionali assommano a nove (operai ed artigiani; impiegati delle aziende industriali ed agricole; addetti al commercio; datori di lavoro; pubblici dipendenti; insegnanti, studenti ed artisti, ivi compresi architetti e musicanti; liberi professionisti; amministratori di cooperative; gente di mare). I rapporti fra le singole Corporazioni, al pari di quelli coi Comuni e con la stessa Reggenza, sono governati nella salvaguardia delle autonomie, ferma restando la facoltà d’intervento del potere centrale, ed in particolare della Corte della Ragione in caso di controversie (non è azzardato presumere, alla luce della naturale divergenza fra rispettivi interessi, che ciò avrebbe potuto accadere, in particolare, fra la Corporazione degli operai e quella dei datori di lavoro). Esiste anche una decima Corporazione, “riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio ed in ascendimento”. Essa è “consacrata al genio ignoto, all’apparizione dell’uomo novissimo, alle trasfigurazioni ideali delle opere e dei giorni, alla compiuta liberazione dello spirito sopra l’ansito pensoso ed il sudore di sangue”, e persegue “una forma spiritualizzata del lavoro umano”: quello della “fatica senza fatica” (13). La Carta del Carnaro non ebbe la possibilità di concretizzare l’opera delle varie istituzioni, fatta eccezione per quella del Comandante, dato che tra la sua promulgazione ed il Natale di Sangue intercorsero poco più di cento giorni, improntati a condizioni di ovvia e totale emergenza. A più forte ragione, l’assunto vale per il momento corporativo, che avrebbe avuto bisogno di adeguati tempi organizzativi e di un’elaborazione sistematica da parte delle categorie interessate: tra l’altro, come aveva rilevato lo stesso de Ambris, si sarebbe dovuto effettuare un censimento propedeutico per stabilire le appartenenze all’una od all’altra Corporazione. Tuttavia, il modello operativo, ragionevolmente e funzionalmente autonomistico, sarebbe diventato un paradigma di riferimento per esperienze successive. Il principio corporativo si completa e si definisce con quello di cittadinanza, che compete a tutti gli abitanti della Reggenza ma anche a quelli “appartenenti ad altre comunità che chiedano di far parte del nuovo Stato” e vi siano accolti, ed a coloro che “per pubblico decreto del popolo” abbiano ottenuto questo privilegio. A ciascuno di essi compete l’obbligo di iscriversi ad una Corporazione, e naturalmente, quello di provvedere alla difesa dello Stato (14). Va aggiunto che la cittadinanza si sarebbe perduta nei casi di “condanna in pena d’infamia”, renitenza alla leva, morosità nel pagamento delle tasse e “parassitismo incorreggibile a carico della comunità” (salvo il caso di incapacità per malattia o per vecchiaia). 5.- Il Comandante La ragione di Stato, secondo la classica definizione di Giovanni Botero, è un “eccesso del giure comune per fine di pubblica utilità”: nella Carta del Carnaro si manifesta attraverso l’istituto del Comandante, che può essere “nominato a viva voce”, e con decisione inappellabile, dal Consiglio Nazionale “solennemente adunato nell’Arengo”, quando “la Reggenza venga in pericolo estremo e veda la sua salute nella devota volontà d’un solo, che sappia raccogliere, eccitare e condurre tutte le forze del popolo alla lotta ed alla vittoria” (art. 43), assommando “tutti i poteri politici e militari, legislativi ed esecutivi”. 6. La figura del Comandante si ispira dichiaratamente al dittatore della Repubblica romana, “non dimenticando che il suo incarico “durava sei mesi”. Tuttavia, nel caso della Reggenza il Consiglio ha facoltà di designarlo per un tempo più lungo, fermo restando che ogni cittadino in possesso dei diritti politici può essere preposto a tale suprema magistratura, e che costui può essere sostituito, deposto e persino bandito dal territorio dello Stato (art. 45). Chiaramente, si tratta di una normativa di stile, perché calibrata perfettamente sulla figura di Gabriele d’Annunzio e sul ruolo che il “poeta armato” aveva esercitato, non soltanto nella storia di Fiume, dalla marcia di Ronchi in poi. Del resto, nessuno avrebbe potuto negare l’applicabilità di un istituto d’emergenza suprema come quello del Comandante in una congiuntura obiettivamente straordinaria che vedeva la città liburnica “assediata dalla madre patria” (15). La Carta del Carnaro non avrebbe avuto senso compiuto senza il Comandante elevato ad istituzione: non tanto per il suo carisma personale, ben dimostrato quando fu capace di offrire il petto alla fucileria di Pittaluga poco prima della barra di Cantrida e della “Santa Entrata” (lo aveva già fatto Napoleone dopo il ritorno dall’Elba, durante la trionfale marcia su Parigi che avrebbe dato inizio ai Cento Giorni), quanto perché le condizioni del momento richiedevano la convergenza del nobile sentire e del forte agire, che in d’Annunzio raggiungeva i vertici supremi del patriottismo, ma nello stesso tempo, dell’arte di comunicare. Del resto, era l’epoca del superuomo di Nietzsche e dell’idea di una storia come opera di “èlites” politiche, resa più credibile dai Mosca e dai Sorel, ma prima ancora, dalle gesta che il Comandante aveva compiuto con la beffa di Buccari o con il volo su Vienna, osando l’inosabile, e di cui la marcia di Ronchi costituiva, in qualche misura, la logica prosecuzione. E’ naturale affermare che, qualora d’Annunzio non avesse raccolto il grido di dolore che gli era pervenuto da Host Venturi e dagli altri patrioti dell’Olocausta, “l’impresa fiumana sarebbe rimasta nel mondo delle idee”, al pari delle altre gesta di cui si è detto, e dalle quali emersero diverse opzioni cavalleresche nei confronti degli avversari, mentre veniva liquidato con parole di fuoco l’atteggiamento rinunciatario di Roma che fu espresso dapprima da Francesco Saverio Nitti e poi da Giovanni Giolitti, quando quest’ultimo volle dare esecuzione forzosa al trattato di Rapallo: un epilogo amaro ma sostanzialmente prevedibile, tanto più che l’intransigenza del Comandante rimase assoluta fino all’ultimo, salvo cedere le armi per evitare ulteriori spargimenti di sangue (16) ed accogliere gli auspici degli stessi fiumani, molti dei quali erano relativamente soddisfatti della soluzione autonomista, che evitava, quanto meno, la fagocitazione della città nell’ambito della Jugoslavia, azzerando qualsiasi speranza di altri sviluppi. L’inserimento del Comandante fra gli istituti della Carta costituisce un “quid novi” nella storia delle costituzioni. Le emergenze sono un fenomeno ricorrente, ma di norma vengono gestite con leggi eccezionali, e talvolta con veri e propri bandi militari: in questo senso, l’esempio fiumano, evidentemente condiviso dai massimi collaboratori di d’Annunzio ed in primo luogo dallo stesso de Ambris, non trova corrispettivi specifici nell’evo moderno, e non trova di meglio che richiamarsi alle predette memorie romane, come quella classica di Cincinnato che dopo la nomina a dittatore sconfisse il nemico in due settimane per restituire subito le insegne del potere e ritornare all’agricoltura: in effetti, all’epoca della Reggenza erano passati ventiquattro secoli, e le condizioni erano ben diverse da quelle dell’antica Repubblica, perché Fiume doveva confrontarsi con un potere centrale dichiaratamente ostile e con la latitanza di qualsiasi solidarietà internazionale politicamente rilevante. Nei quattro mesi di vigenza dello Stato fiumano, quello del Comandante fu il solo istituto della Carta che ebbe modo di tradursi in “realtà effettuale”, ma d’Annunzio aveva le armi spuntate, e poteva soltanto confidare in supporti esterni che non ebbero riscontro: basti dire che dopo la promulgazione di quello che formalmente fu l’atto costitutivo dello “Stato libero di Fiume”, i rapporti epistolari con lo stesso Mussolini si ridussero a qualche scambio di convenevoli, senza alcun accenno al fatto nuovo ed alla necessità di uscire dall’impasse prima dell’inevitabile catarsi. 7. A quel punto, il Comandante poteva aspirare ad un successo morale che sarebbe rimasto nella storia di Fiume, ma quello concreto doveva necessariamente arridere alla “realpolitik” ed ai suoi vecchi e nuovi vessilliferi. 6.- Un’eredità complessa Andando a Fiume, con un’impresa degna degli eroi antichi, ma tanto più significativa in quanto corroborata dalla costituzione di uno Stato sorto dal nulla, senz’altro apporto che quello idealistico dei “giurati di Ronchi” e di un popolo in ansiosa attesa dei suoi destini, il Comandante non aveva perseguito “alcun obiettivo personale o contingente” se non quello di una viva ambizione patriottica che si traduceva nella volontà di restituire all’Italia una Vittoria di giusta dimensione. In questo senso, Gabriele d’Annunzio ed i suoi “compagni di ventura” si posero in una dimensione etica e politica davvero antitetica a quelle che governano il mondo attuale, dove imperano sovrani il relativismo, il consumismo ed il materialismo: non già quello dialettico di Marx, ma quello pragmatico e contingente della corruzione elevata a sistema. Non è questo un motivo in più, sulle orme di Croce e di Meinecke, per riconoscere al “poeta armato” una viva e suggestiva “contemporaneità”, e per conferire al d’Annunzio soldato, ancor prima che Comandante, il valore di un esempio che resta per molti aspetti prescrittivo? Quella che egli volle proporre all’Italia, ma si potrebbe dire al mondo intero, in retrospettiva deve definirsi una nobile utopia, più idealistica che velleitaria, al di là del comportamento non sempre irreprensibile di alcuni suoi uomini; ma tutti sanno che in politica, arte del possibile, non esiste alcunché di definitivo. Basti pensare, per citare soltanto due episodi recenti, ma quanto mai significativi, al crollo del Muro od al disfacimento della Jugoslavia. Oggi, almeno un insegnamento del Comandante, nell’ambito di un’eredità certamente complessa, è sempre valido: le parole, per quanto molto belle come possono essere gli scritti e le orazioni di un grande uomo di lettere, non risolvono i problemi. Al massimo, contribuiscono a porli in modo più corretto e sistematico, ma debbono essere seguite dall’azione, a prescindere dalle possibilità più o meno rilevanti di conseguire gli obiettivi prefissi. Quando si ha la certezza di essere dalla parte del vero e del giusto non si deve aver paura di osare: nella peggiore delle ipotesi, “non si potrà dire di avere scelto la filosofia dell’attendismo e del disimpegno” che costituisce sempre una fuga dalla responsabilità, e che in molte occasioni finisce per essere la meno garantista anche sul piano politico. L’attuale congiuntura, molto “spettacolare” ma priva di un reale impegno nel perseguimento di valori autentici, può lasciare spazio ad una “vita bella” e degna di essere vissuta, come quella codificata nella Carta del Carnaro, nella misura in cui si sappia ripudiare la tecnica del rinvio, se non anche del “carpe diem”, e si vogliano compiere scelte capaci di trascendere le suggestioni del nuovo materialismo empirico. In tutta sintesi, si tratta di guardare all’universale, sulle orme del Comandante, e di compiere una scelta di autentica civiltà e di vera giustizia. carlo montani Annotazioni (1) – L’accordo, firmato in settembre dalla CGL e da una giovane Confindustria (la massima Organizzazione imprenditoriale era stata costituita in marzo), interessava mezzo milione di lavoratori metalmeccanici e venne ratificato tramite referendum con una maggioranza di circa tre quarti, ma con una partecipazione largamente minoritaria: la piattaforma rivendicativa presentata in maggio da Bruno Buozzi veniva accolta in buona misura, anche se gli aumenti salariali erano dimezzati rispetto al 40% richiesto dal sindacato. Nel frattempo, la circolare Caleffi, d’ispirazione militare, affermava che i Fasci di Combattimento sorti durante l’anno precedente costituivano una “forza viva” da utilizzare contro i sovversivi. (2) – Il trattato di Rapallo venne prontamente ratificato dalla Camera, ad appena quindici giorni di distanza, con 212 voti favorevoli, 15 contrari e 40 astenuti: a nulla valse il rocambolesco raid di Guido Keller, uno dei maggiori luogotenenti del Comandante, che volò da Fiume a Roma con un piccolo monomotore per sganciare su Montecitorio, in segno di protesta, il pitale più famoso della storia. In dicembre, prima del Natale di Sangue, sarebbe sopraggiunta anche la ratifica del Senato. (3) – Nel febbraio 1920, Mussolini non esitò a parlare di “complotto” ordito dal Comandante e da Alceste de Ambris per una soluzione sindacalizzata della questione fiumana, e nel maggio successivo il secondo Congresso dei Fasci di Combattimento avrebbe preso le distanze dall’impostazione radicale dell’anno precedente, ripudiando le simpatie socialiste e schierandosi decisamente in favore dell’ordine. In effetti, Mussolini temeva la concorrenza dannunziana, e capiva che i tempi non erano maturi per la conquista del potere, che avrebbe programmato con successo due anni più tardi: è significativo che nel periodo intercorso fra la promulgazione della Carta del Carnaro ed il Natale di Sangue, l’epistolario tra il futuro Duce e d’Annunzio, come detto, si sia ridotto a qualche espressione di circostanza, senza accenni di sorta alla nuova costituzione della Reggenza. (4) - Si è ipotizzato, tra gli altri, un rapporto preferenziale fra la Reggenza e la Russia sovietica, ma non risulta che sia andato oltre le buone relazioni personali fra il Comandante ed il Commissario agli Affari Esteri di Mosca, Georgj Cicerin, più volte ospite al Vittoriale tra il maggio 1921 ed il giugno 1922, dichiarandosi “profondamente interessato al carattere operaio di certe disposizioni della Carta del Carnaro”; lo stesso dicasi per Miklos Sisa, ex Commissario del Popolo nel Governo di Bela Kun, che ebbe parole di simpatia per la Reggenza. Sul piano politico-militare, se è vero che al movimento dannunziano aderirono circa 2500 uomini, oltre alla Legione fiumana, è anche vero che le sorti dell’impresa di Ronchi furono condivise da due soli generali (Sante Ceccherini e Corrado Tamaio) e da otto fra colonnelli e tenenti colonnelli (l’elenco completo dei Legionari è in G. Barbieri, L’Album dell’Olocausta, Milano 1932, pagg. 511-569). (5) – Il giudizio, che riporta quello sul movimento nazionalista, espresso nel 1938 da Alfredo Rocco, appartiene a Renzo De Felice ed è riportato nella magistrale introduzione a G. d’Annunzio, La penultima ventura: scritti e discorsi fiumani, Milano 1974, pag. LXVIII. A sinistra, un giudizio più articolato fu quello di Antonio Gramsci, che vide nell’esperienza fiumana, al di là delle manifestazioni oltranziste dell’esercito legionario, le pur contraddittorie avvisaglie di un “nuovo ordine” (cfr. C. Salaris, Alla festa della Rivoluzione, Il Mulino, Bologna 2002). (6) – La Carta del Carnaro è composta da un preambolo dedicato alla “perfetta volontà popolare” e da 65 articoli suddivisi in 12 sezioni, scritti in modo talvolta “misticheggiante” ma generalmente “razionale”: si tratta di un documento “splendido”, e di una “genuina espressione non solo delle esigenze del mondo moderno a livello istituzionale, ma anche dei suoi bisogni e dei suoi sentimenti” (M.A. Ledeen, D’Annunzio a Fiume, Laterza, Bari 1975, pag. 228). In questo senso, il forte “carattere liberale” non contraddice qualche reminiscenza del giovane Marx, ponendo le basi di “una società nella quale la creatività dell’uomo si sarebbe potuta esplicare” come raramente accade (Ibid., pag. 229). 9. (7) – Il carattere giusnaturalistico di talune affermazioni contenute nella Carta, talvolta quasi metagiuridico, assume rilevanza maggiore negli articoli dovuti alla fervida immaginazione del Comandante: d’altro canto, era già passato un secolo e mezzo da quando la costituzione degli Stati Uniti aveva codificato il comune diritto alla felicità. Sta di fatto che, non appena i contenuti della Carta furono conosciuti a Roma, le critiche si sprecarono, non senza taluni commenti salaci: lo stesso Nitti “diede in una risata”, definendo il documento “stupidissimo e degno d’una riunione di mattoidi” (A. Spinosa, D’Annunzio: il poeta armato, Mondadori, Milano 1987, pag. 239). Nella stessa Fiume non mancarono dubbi e perplessità, espressi in forma più civile e problematica, perché i cittadini, a parte una “minoranza di entusiasti”, volevano l’annessione all’Italia, ma non gradivano forti “rivolgimenti istituzionali” (Ibid., pag. 239). (8) – L’istituzione dell’INPS, che sostituiva la vecchia CNAS, sorta nel 1898 su base volontaria aggiornata nel primo dopoguerra, ebbe luogo nel 1933, e soltanto sei anni dopo la sua competenza previdenziale venne estesa in chiave più moderna con l’introduzione di assegni familiari, pensioni di reversibilità al coniuge superstite, assicurazioni contro la disoccupazione e la tubercolosi, integrazioni salariali nelle fattispecie di crisi. Largamente successivo alla Carta del Carnaro fu, altresì, l’avvento di altri soggetti previdenziali come l’ONMI, costituita alla fine del 1925 per “integrare le forme di assistenza alle madri bisognose ed all’infanzia abbandonata” (A. Cherchi, Storia d’Italia, De Agostini, Novara 1991, pag. 406). (9) – M. Ledeen, D’Annunzio a Fiume, op. cit., pag, 223. A parte il contributo fondamentale di Alceste de Ambris e del Comandante, nella Carta del Carnaro sono reperibili diverse influenze altrui, a cominciare da quella di Guido Keller, che diversamente da altri esponenti legionari non nutriva soverchie simpatie per la Corona (Ibid., pag. 196). (10) – Lo stesso D’Annunzio, in un colloquio con Giuseppe Piffer, che aveva curato la stampa della Carta col titolo di “Reggenza italiana del Carnaro” ed il sottotitolo non meno significativo di “Ordinamento dello Stato libero di Fiume”, fece notare all’interlocutore come detto titolo, in realtà, fosse un endecasillabo (A. Spinosa, D’Annunzio:il poeta armato, op.cit., pag. 235) ed assumesse, proprio per questo, doti di musicalità e di scorrevolezza che sembrano anticipare alcuni canoni della comunicazione contemporanea. Del resto, attenzioni particolari furono dedicate anche alla scelta della bandiera, dei suoi colori e del suo motto (Quis contra nos?). (11) – C. Montani, Irredentismo e fiumanesimo a 40 anni dal diktat, Edizione Amici del Vittoriale, Milano 1987, pag. 9. In una congiuntura politica ed economica caratterizzata da uno “strisciante materialismo consumistico”, il fondamento dell’esperienza dannunziana di Fiume, compresa quella codificata nella Carta, corrisponde ad esigenze assai diffuse anche nel nostro tempo, che postulano nuove e più avanzate convergenze di “politica e morale” nel perseguimento di “valori universali”, ivi compreso “l’affrancamento dei popoli slavi da condizioni di bisogno”. Questo concetto, in effetti, non fu estraneo agli auspici della Reggenza del Carnaro: da una parte, nella consapevolezza che alcuni Comuni dello Stato libero avrebbero avuto maggioranza croata, e dall’altra, nel riconoscimento dell’obbligatorietà di insegnamenti elementari e medi in lingue diverse, ben s’intende senza escludere l’italiano, che avrebbe dovuto essere “privilegiato” a livello universitario. (12) – La musica, diversamente da altre arti, parla un linguaggio universale, che può essere compreso da chiunque, a prescindere dalla latitudine e dalla longitudine. E’ un fattore ben presente nella sensibilità estetica dannunziana, sempre pronta a cogliere spunti aggiornati e funzionali di comunicazione, ma nello stesso tempo di gestione dell’arte, per dirla con Sadoul, in un’ottica modernamente sociale. (13) – La decima Corporazione, nella cui individuazione, oltre a quella dannunziana, si è vista l’influenza specifica di Guido Keller, non ha “novero né vocabolo”, ma proprio per questo sembra attagliarsi, pur nell’estrema sintesi del riferimento statutario, al carattere di alcuni Legionari, che non avrebbero potuto trovare collocazione in alcuna delle altre nove (giova rammentare come, a qualche anno dalla fine della Reggenza, il Gen. Sante Ceccherini, presente a Fiume con d’Annunzio, in un rapporto a Mussolini avrebbe posto in evidenza che una quota non marginale 10. dell’esercito legionario era stata sostanzialmente ingovernabile). In effetti, per i suoi caratteri indefiniti, ma altamente prescrittivi, al decimo soggetto corporativo è stato attribuito il rango di “primus inter pares”: nella fattispecie, non c’è dubbio che siano stati raggiunti i vertici dell’immaginazione letteraria (A. Spinosa, D’Annunzio: il poeta armato, op. cit., pag. 239), ma anche quelli di un’utopia quasi surreale, che in ultima analisi non ha giovato alla stessa concezione corporativa considerata nel suo complesso. (14) – L’art. 16 della Carta evidenzia che “i cittadini della Reggenza sono investiti di tutti i diritti civili e politici nel punto in cui compiono il ventesimo anno di età” (In Italia, ferma restando l’esclusione del voto femminile, ne occorrevano ventuno), ma contraddice quanto statuito nel successivo art. 47, laddove si prevede l’obbligo “al servizio militare per la difesa della terra” a carico di tutti i cittadini “d’ambedue i sessi, dall’età di diciassette anni all’età di cinquantacinque”. In effetti, il combinato disposto dei due articoli sembra stabilire, per i giovani della fascia compresa fra 17 e 20 anni, un obbligo militare cui non corrisponde un pari godimento dei diritti. (15) – C. Montani, Irredentismo e fiumanesimo a 40 anni dal diktat, op. cit., pag. 10. L’istituto del Comandante costituisce una deviazione di massimo rilievo nei confronti del “carattere liberale” della Carta sostenuto da Ledeen, anche se motivata dalla vigenza di condizioni eccezionali. D’altra parte, è anche alla luce di questa straordinarietà che la costituzione di Fiume fu qualcosa “di più e di meglio” che non un semplice programma (il giudizio, espresso da Armando Caciagli nel febbraio 1921 a vicenda appena conclusa, è riportato in F. Perfetti, Fiumanesimo, sindacalismo e fascismo, Bonacci, Roma 1988, pag. 33). In termini storiografici più maturi, è stato parimenti rilevato come Fiume fosse diventata “il crogiuolo nel quale incominciò a verificarsi la fusione tra la base sociale dell’interventismo rivoluzionario ed il nazionalismo” (E. Ragionieri, Storia d’Italia, vol. 11, Einaudi-Il Sole 24 Ore, Milano 2005, pag. 2091), matrice non ultima dell’ascesa di Mussolini. (16) – Il Natale di Sangue, al termine di un conflitto armato che vide il bombardamento della stessa Reggenza, e che si sarebbe protratto per alcuni giorni, ebbe 54 Vittime, equamente suddivise tra i due campi, sette delle quali (compresa una bambina) appartenenti al mondo civile. Il 2 gennaio, cessate le ostilità, il Comandante avrebbe pronunciato il famoso “Alalà funebre” nel cimitero di Cosala, accomunando nell’abbraccio della riconciliazione i Caduti dell’una e dell’altra parte, tutti figli della stessa Italia, mentre i Legionari, con le guarentigie del caso, prendevano la via del ritorno. D’Annunzio lasciò Fiume alcuni giorni più tardi per ritirarsi nell’eremo del Vittoriale, dove sarebbe rimasto fino alla morte, sopraggiunta il 1° marzo 1938, ma la frattura, come avrebbero dimostrato le vicende storiche successive, era stata ricomposta soltanto in apparenza. Quanto a Fiume, l’unione all’Italia era solo rimandata: dopo alterne vicende, si sarebbe compiuta nel 1924.
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